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Inizia la ritirata dei banchieri centrali

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Fed Bce (Photo: Ansa/HP)
Fed Bce (Photo: Ansa/HP)

Prima la Fed, poi la Banca d’Inghilterra, infine la Bce: la ritirata dei banchieri centrali è ormai iniziata. Con strumenti e ritmi diversi, chi è partito prima e chi solo ora, la banche centrali dei Paesi avanzati stanno lentamente riponendo le toolbox utilizzate durante la pandemia per arginarne le conseguenze economiche. Al termine del Consiglio direttivo la presidente della Bce Christine Lagarde ha annunciato che il programma Pepp con una dotazione di 1.850 miliardi di euro, lanciato a marzo 2020 subito dopo l’arrivo del Covid, non verrà prolungato ma terminerà, come da programmi, a marzo prossimo. Nei primi tre mesi del 2022 il ritmo degli acquisti settimanali rallenterà. Tuttavia per evitare l’effetto baratro (cliff effect), ovvero lo shock economico derivante da un calo improvviso e amplificato delle misure di sostegno pubblico, Francoforte ha deciso di incrementare contestualmente l’altro programma in vigore per l’acquisto di titoli di Stato, l’App, che passerà così da una dotazione di 20 miliardi mensili a 40 miliardi mensili nel secondo trimestre del prossimo anno. Tale importo scenderà a 30 miliardi nel terzo trimestre del 2022 mentre, a partire da ottobre dell’anno prossimo, gli acquisti di bond torneranno a 20 miliardi al mese e dureranno per tutto il tempo necessario per rafforzare l’impatto accomodante dei suoi tassi ufficiali.

Gli acquisti attraverso il Pepp hanno impedito l’esplosione degli spread dei Paesi più altamente indebitati come l’Italia nel pieno del Covid. Ma le pressioni sull’Eurotower per un ritiro degli stimoli nei tempi prestabiliti e concordati all’alba della pandemia sono aumentate di pari passo con la corsa dell’inflazione, trainata, subito dopo la ripresa delle attività economiche, dalle strozzature dell’offerta e dal contestuale caro prezzi delle materie prime. La Bce da tempo aveva preparato i mercati all’idea del ritiro - seppur molto più graduale rispetto ad altre banche centrali - degli strumenti messi in campo contro gli effetti economici del Covid. Fermo restando un punto: il Pepp può tornare appena le cose si mettono male. “L’eventuale ripresa degli acquisti con il Pepp, il programma pandemico, richiederebbe il voto del Consiglio direttivo della banca centrale”, ha affermato Lagarde. Il Direttivo ha poi deciso di allungare l’orizzonte temporale entro cui reinvestirà il capitale dei titoli acquistati con il programma pandemico Pepp una volta che questi arrivano a scadenza. La Bce “ora intende reinvestire il capitale almeno fino alla fine del 2024″.

Francoforte stima una crescita del Pil del 5,1% nel 2021, 4,2% nel 2022, 2,9% nel 2023 e dell′1,6% nel 2024. “Le previsioni sono state riviste al ribasso per il 2022 e al rialzo per il 2023”. Quanto invece all’inflazione, le stime per il 2022 sono significativamente più alte ma circa 2/3 dell’inflazione prevista per il 2022 (al 3,2% dall′1,9% atteso a settembre) deriva dai prezzi dell’energia che non possono essere previsti con molta accuratezza per questioni geopolitiche e livelli di domanda che era difficile prevedere a questi livelli oltre che per l’impatto del climate change. Molti paesi che producono energia eolica, ha spiegato Lagarde, hanno dovuto far ricorso quest’anno al gas.

La Banca centrale europea ha comunque lasciato come previsto i tassi fermi: il tasso principale rimane a zero, il tasso sui depositi a -0,50% e il tasso sui prestiti marginali a 0,25%. Al tempo stesso non è previsto un rialzo nel corso dell’anno prossimo. Chi invece ha deciso un ritocco al rialzo è stata la Banca d’Inghilterra, che ha rialzato i tassi di interesse di 15 punti base portandoli dallo 0,1% allo 0,25%. La mossa era precedentemente attesa dagli analisti che però, con il dilagare della variante Omicron, si aspettavano per certi versi un rinvio della stretta monetaria. E poi a Norges Bank, banca centrale norvegese, ha alzato i tassi di interesse (dallo 0,25% allo 0,50%) - secondo aumento in tre mesi, ampiamente previsto dagli economisti - e ha riferito che altri aumenti seguiranno probabilmente il prossimo anno.

Ieri invece è toccata alla Fed fare la parte del falco, con un radicale cambio di rotta per contrastare l’inflazione galoppante. Pur mantenendo i tassi di interesse invariati, la Fed ha deciso di raddoppiare la velocità del processo di riduzione degli acquisti di asset (tapering) portandola a 30 miliardi di dollari al mese dai 15 miliardi di novembre e dicembre. A tale passo il tapering si chiuderà in marzo, concedendo così alla banca centrale una maggiore flessibilità sui tassi di interesse, per i quali - è emerso dalla dot-plot - si prevedono tre rialzi nel 2022, altri tre nel 2023 e due nel 2024. L’accelerazione del tapering è stata decisa dalla Fed all’unanimità e “alla luce degli sviluppi dell’inflazione e dei miglioramenti sul mercato del lavoro”, spiega la banca centrale americana che, come previsto, ha rimosso dal comunicato finale il termine “transitoria” per descrivere l’andamento dei prezzi. Agli inizi di settembre è “divenuto chiaro che l’inflazione era più persistente delle attese. E nei dati sul mercato del lavoro e sui prezzi al consumo di ottobre abbiamo visto la necessità di un tapering più veloce”, ha osservato Jerome Powell definendo “molto forti” la domanda e i redditi degli americani.

È tuttavia “difficile comparare” quello che fa la Bce con la Fed o la Boe, ha detto oggi Lagarde spiegando che le economie dell’Eurozona, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna “sono completamente differenti. Ci sono supporti fiscali differenti, siamo in ambienti e universi differenti”, ha precisato. D’altronde anche l’andamento dell’inflazione segue corsi differenti. Negli Stati Uniti l’inflazione si attende il 5,3% per quest’anno (una stima in rialzo rispetto al 4,2% delle proiezioni settembre), il 2,6% nel 2022, il 2,3% nel 2023 e il 2,1% nel 2024.

Nel Vecchio Continente l’inflazione annuale sarà del 2,6% nel 2021, del 3,2% nel 2022, dell′1,8% nel 2023 e dell′1,8% nel 2024. In Gran Bretagna l’inflazione attesa è intorno “al 5% durante l’inverno, con un picco di circa il 6% nell’aprile 2022”, ha avvertito la BoE, chiamando in causa l’impennata dei costi energetici.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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