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Vivere in una città con molte polveri sottili aumenta il rischio Alzheimer (di A. Cianciullo)

Antonio Cianciullo
·Giornalista
·1 minuto per la lettura
Concept of memory loss and brain aging due to dementia and alzheimer's disease as a medical icon with fall trees shaped as a human head losing leaves with 3D illustration elements. (Photo: wildpixel via Getty Images)
Concept of memory loss and brain aging due to dementia and alzheimer's disease as a medical icon with fall trees shaped as a human head losing leaves with 3D illustration elements. (Photo: wildpixel via Getty Images)

Già oggi in Italia una persona su cento è colpita dal morbo di Alzheimer e la percentuale è in crescita, anche per l’invecchiamento progressivo della popolazione. Anche ma non solo. All’University of California San Francisco un team coordinato da un ricercatore italiano, Leonardo Iaccarino, ha scoperto un collegamento tra l’inquinamento dell’aria e l’Alzheimer. Vivere in una città con un’alta concentrazione di polveri sottili aumenta il rischio.

“La nostra ricerca, pubblicata su JAMA Neurology, il magazine dell’American Medical Association, è stata condotta utilizzando dati raccolti per un altro studio di lungo periodo e di vasta portata”, spiega Iaccarino. “Abbiamo lavorato su un campione molto ampio, 18.178 pazienti con disturbi cognitivi di varia gravità e di causa non accertata: tutti anziani che abitano in varie zone degli Stati Uniti. E incrociato questi dati con quelli, molto precisi e analitici, forniti dall’Environmental Protection Agency, l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente, sulla distribuzione delle polveri sottili. Il risultato è chiaro. Vivere in aree con maggiore concentrazione di Pm 2,5, le polveri sottili con un diametro inferiore a 2,5 millesimi di millimetro, è associato a una maggiore probabilità di sviluppare una delle patologie che definiscono il morbo di Alzheimer. Secondo l’ipotesi più accreditata, l’esposizione ad aria inquinata può causare una neuroinfiammazione cronica che facilita processi neurodegenerativi”.

Alle conclusioni si arriva attraverso un’analisi condotta con l’amyloid-PET scan, uno strumento che permette una diagnostica per immagini simile alla risonanza magnetica. Consente di vedere se la proteina beta-amiloide, che normalmente è presente nel cervello, ha subito un cambiamento e si presenta in un’aggregazione a...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.