Insegnanti di religione: sono i più pagati?

L’insegnamento della religione continua a dividere, per motivi economici e ideologici

Mai amati abbastanza, sicuramente molto discussi: gli insegnanti di religione sono spesso nel centro del mirino e il 2012 è stato per loro un anno molto intenso. La domanda che li insegue è sempre la stessa: ha ancora senso che facciano didattica in un Paese dove la religione a scuola è una materia facoltativa ed è cambiato il quadro etnico e confessionale delle classi?

Pochi mesi fa, era stato il ministro dell’Istruzione Profumo a lanciare la provocazione, dichiarando: “Credo che l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole così come concepito oggi non abbia più molto senso. Probabilmente quell'ora di lezione andrebbe adattata, potrebbe diventare un corso di storia delle religioni o di etica” Il nodo è sempre lo stesso: insegnano storia delle religioni o fanno catechismo con i soldi pubblici?

E soprattutto, quanto sono pagati? Ricordiamo che, scelti dalla curia locale, che valuta anche la condotta morale coerentemente con l’insegnamento, i docenti sono pagati dallo Stato in quanto dipendenti del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e dal 2003 possono essere assunti a tempo indeterminato.

Il trattamento economico? Lo spiega bene il punto 1.4 della Circolare Ministeriale 595 del 20 settembre ‘96  che stabilisce una divisione in tre categorie: docenti di religione nelle scuole materne, elementari e secondarie con almeno un quadriennio d’insegnamento e con orario settimanale di attività educativa o di insegnamento non inferiore a 12 ore, nelle scuole materne ed elementari, e nelle scuole secondarie con orario settimanale di 18 ore o inferiore, entro il limite di 12. Questi docenti sono equiparati, per quanto riguarda in particolare la progressione economica, agli altri docenti di ruolo.

Ci sono poi i docenti di religione incaricati annuali nella scuola secondaria ai quali, non ricorrendo le condizioni dette, si applica, ai fini del trattamento economico, l’attribuzione di aumenti biennali, pari a 2,5% dello stipendio iniziale spettante, per ogni biennio di servizio prestato. Infine i docenti di religione di scuola secondaria, già equiparati ai docenti di ruolo, ai quali sia stato poi conferito un insegnamento per un orario inferiore a quello compreso tra le dodici e le diciotto ore.



Per loro, la progressione economica viene bloccata nell’ultima posizione stipendiale maturata, e vengono attribuiti solo aumenti biennali convenzionali per ogni biennio di servizio prestato. Tra i motivi più cruenti di contesa, negli ultimi tempi, c’è proprio il tema degli scatti biennali. L’ultima sentenza in merito è quella dello scorso luglio della Corte di Appello di Perugia che ha stabilito che le maggiorazioni spettano solo ai docenti precari di religione.

Il caso partiva dal ricorso dei docenti precari delle materie ordinarie che lamentavano una disparità di trattamento rispetto ai colleghi di religione, sostenendo la violazione sulla clausola che regola l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato. Secondo la Corte non sussiste nessun trattamento discriminatorio a danno dei docenti delle altre discipline ordinarie. Innanzitutto perché ai docenti di ruolo delle stesse materie non si applicano gli aumenti biennali, ma i gradoni. La sentenza argomenta che “la diversità di trattamento deriva dalla mancanza di prospettive certe di un accesso ai ruoli, che al restante personale della scuola derivano dal sistema di graduatorie e dei punteggi da accumulare con il servizio e gli altri titoli”.

Una legittimazione di due pesi e due misure? Può darsi ma in Italia, come sempre, le cose sono più complesse. Lo dimostra, infatti, una recente sentenza, quella del 18 ottobre 2012, del giudice del Lavoro di Torino, che esaminava un ricorso dell’associazione sindacale Anief a tutela di un’iscritta che chiedeva al Miur il riconoscimento del diritto alla progressione stipendiale per gli anni di lavoro a tempo determinato prestati alle sue dipendenze, mai stata corrisposta. Il tribunale ha sottolineato che poiché nella ricostruzione di carriera ai docenti di religione cattolica vengono considerati, ai fini degli “scatti” biennali automatici, anche tutti gli anni di precariato, lo stesso calcolo deve venire per forza di cose adottato anche per gli insegnanti delle altre materie.

Per il giudice del Lavoro non vi sono dubbi: su questo punto, sulla considerazione del precariato ai fini degli aumenti retributivi automatici biennali, “va rispettato il principio di non discriminazione” perché “un’interpretazione difforme si tradurrebbe in un ingiustificato privilegio, di dubbia costituzionalità, in favore degli insegnanti di religione”. Il problema degli scatti si era palesato agli inizio del 2010, in relazione al recupero degli stessi sulla quota di retribuzione esclusa dal computo a partire dal 2003.

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