Io, precaria contro il test del concorsone

La prima prova del concorso a cattedre raccontata da chi l'ha fatta

Mi chiamo Simonetta, ho 38 anni, e oggi devo sostenere la prima parte del concorso a cattedre del dicembre 2012.

Il primo da tredici anni a questa parte, l’ultimo prima che il mondo finisca.


Quando mi sveglio il mattino del giorno fatidico non so cosa mi succederà di lì a poco meno di un’ora. Sono talmente tesa e concentrata che non so nemmeno se ho sonno o se ho paura.  Mi muovo come un’automa: doccia, vestiti, trucco, caffè.... La mia missione, oggi, è solo una. Arrivare tutta intera alle 10 del mattino. Poi  per il resto potrò anche tornare a dormire. 

Ho studiato molto per questo terribile test, una roulette russa di domande di logica,  grammatica, matematica, inglese: le serie numeriche sono la bestia nera per quelli di lettere; l’inglese e l’informatica la mia, che insegno tutt’altro.

Un test micidiale, per cui studiare non serve, essere intelligenti nemmeno, avere sperienza meno che mai: serve saper fare quello che vogliono che tu sappia fare. Poco importa se c’entra poco o ninete con lo stare in una classe.  Il Ministero vuole una prova di devozione: “ Vuoi una cattedra? Dimostrami che se ti chiedo di imparare a fare una cosa difficile e stupida,  tu sei pronto a sacrificare le tue notti solo per farmi contento e forse potremo riparlarne”.
Quello di oggi, insomma, non è un test di logica: è una dimostrazione di fede.

Il Minstero, dal canto suo, si mostro ligio e preparato, sfoggiando un’organizzazione teutonica che quando mai.

Alle 9 in punto ci chiamano e ci suddividono per gruppi. Fanno l’appello e a uno a uno ci fanno entrare nell’aula assegnata. Ci chiedono di depositare borse e cellulari. Nella mia siamo in 25; avremmo dovuto essere 30, ma qualcuno ha dato forfait.

C’è da capirli. Anche tra chi si è presentato l’umore è assai grigio. Molti sono scoraggiati, sfiduciati, convinti di non avere speranze, di aver solo buttato una mattina. Qualcun’altro invece è concentratissimo: ha studiato duro per oggi, e di sbagliare non ha nessuna intenzione. Qualcuno invece la butta sul ridere convinto di essere già fuori. Una ragazza scoppia in lacrime: lo stress è troppo. Insomma l’atmosfera non è delle migliori. Anzi.

Quel che è peggio è che i docenti  che affrontano questa prima prova sanno che, nemmeno stavolta, saranno valutati per quel che valgono, che sanno, o che hanno imparato. Sarà altro a decidere. Altro che nulla ha a che fare con il loro lavoro, spesso duro, di tutti i giorni.

Alla fine però, poco importano le speranze, l’umore o l’adrenalina: alle 9 e 10, chi c’è c’è, comincia l’esame.

Cinquanta minuti e poi sapremo a cosa sono servite quelle notti di test.


Cinquanta minuti e sapremo se sperare di non essere più precari o se invece continuare a combattere con graduatorie e chiamate.

L’orologi inizia a ticchettare e tutti noi siamo soli contro due nemici: un compiuter cattivo e la nostra ansia. Sono loro che, più di tutto, decideranno se siamo dentro o fuori.

Nel mio caso, l’ansia mi fa un bruttisimo scherzo: per i primi cinque minuti ho la testa come in una bolla. Non capisco niente. Le parole mi si accavallano nella mentre, e non faccio altro che leggere e rileggere il primo quesito. Non riesco a comprendere cosa voglia dire. Poi, quando ormai sono trascorsi 4 minuti dei 50 che abbiamo a disposizione, guardo l’ora e mi scuoto:  “Respira- mi dico- raffredda il cervello e finisci questo accidenti di test”.

Passo oltre, lascio quel primo quesito indietro. Tanto non c’è feeling tra noi. Meglio tornarci dopo. 
Da lì in poi,  prendo coraggio e riesco a ragionare, capire, rispondere.
Ma soprattutto riesco a far capire al test che non ho paura di lui, che sono io che comando. Tutto poi scivola veloce. Alcune domande, particolarmente difficili, le lascio in bianco per poi tornarci prima dello scadere del tempo. Intendo usarlo tutto e non regalare a questo esame pignolo e rompiscatole nemmeno un secondo di quel che mi spetta.

Però il gong suona in fretta, e l’ora scarsa a nostra disposizione finisce subito. Arriva il momento più difficile: i commissari dovranno dirci se siamo dentro o fuori.

Il modo in cui lo fanno è sottilmente crudele: funziona così, tu fai il test, poi il commissario arriva al tuo computer, infila una chiavetta usb con i risultati giusti, e poi....
...poi il computer ci pensa.  Poco importa se intanto ti si ferma il cuore.

Quando il computer ha finito di pensarci (con calma eh...) possono succedere due cose: il monitor si illumina di verde e allora sei in salvo, oppure il monitor diventa rosso e sei ancora un precario senza speranza, torna in graduatoria.

Man mano che i commissari girano per l’aula la tensione cresce. Poi la tensione scema e sale la delusione. I monitor della mia aula sono per due terzi rossi. A essere verdi, di rabbia e frustrazione, sono i due terzi delle facce.

Il  mio..... il mio monitor diventa verde... di un bel verde acceso, di quelli che vogliono dire speranza, di quelli dei semafori quando ti dicono che puoi andare avanti e che non ci saranno ostacoli. Almeno fino al prossimo incrocio e al prossimo semaforo. Intanto però vai.

Mi chiamo Simonetta, ho 38 anni, e ho passato la prima parte dell’esame per il concorso a cattedre.