L'Italia agli ultimi posti della classifica dei paesi più competitivi. Le motivazioni.

Il nostro paese, pur avendo ottime potenzialità e capacità produttive, non riesce a affermarsi sui mercati internazionali e perde terreno anche nei confronti degli 'vicini' europei, come Francia, Olanda e Germania. Ecco cosa ci tiene fermi al palo

L’Italia continua ad arrancare in termini di competitività economica, raggiungendo appena la quarantaduesima posizione nella classifica stilata dal World Economic Forum di Ginevra.

L’Europa colloca ben dieci Paesi nella top ten e questo dato rende ancora più preoccupante la performance italiana che ci permette comunque di salire di un gradino rispetto allo scorso anno. La graduatoria è stata elaborata per la prima volta nel 2005 e tiene conto di dodici fattori fondamentali: istituzioni; infrastrutture; contesto macroeconomico; salute; educazione di base; istruzione superiore; efficienza del mercato di beni e servizi; efficienza del mercato finanziario; tecnologia e ict; ampiezza del mercato interno ed estero; sviluppo del business; innovazione.

La principale risorsa per l’Italia è l’ampiezza del suo mercato (il decimo in assoluto) che garantisce una buona economia di scala, cioè i costi medi di produzione diminuiscono all’aumentare della dimensione d’impresa. Eccellente anche il livello dei nostri distretti industriali, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo. Tra i principali ostacoli alla crescita spiccano la pressione fiscale, l’inefficienza della burocrazia e l’accesso al credito.

Su quest’ultimo aspetto un esempio virtuoso arriva dai francesi, che possono contare su una banca pubblica dedicata alle pmi. Altri nervi scoperti sono dovuti alla corruzione, alla criminalità organizzata e a un sistema giudiziario che spesso appare poco indipendente.

Nel complesso, su una scala che va da uno a sette, l’Italia ha un grado di competitività pari a 4,46 punti. L’elemento su cui riflettere è però che il nostro coefficiente risulta inferiore a quello di realtà come Panama, Portorico, Malesia e Thailandia.

Un aspetto da non sottovalutare e che mostra pienamente il momento di grande affanno.

Al primo posto della classifica si trova la Svizzera seguita – proprio come lo scorso anno – da Singapore. Appena dietro si scambiano posizione la Finlandia, adesso al terzo posto, e la Svezia, che scivola quarta. A seguire c’è l’Olanda, davanti alla Germania e agli Stati Uniti che arretrano di due piazze e registrano il quarto calo consecutivo nonostante stiano dando segnali di ripresa a livello di innovazione e nello sviluppo dei mercati finanziari.

Per gli americani le note dolenti sono invece dovute alla debolezza del quadro macroeconomico e alla bassissima fiducia nei confronti della politica.
La Germania non evidenzia flessioni e non risente della pesante crisi che sta attraversando l’Eurozona. I tedeschi traggono giovamento dagli investimenti in ricerca e sviluppo (quarto posto), dalla capacità di innovazione (terzi) e dal proficuo rapporto di collaborazione tra università e industria (terzo gradino).

In Europa è sempre più ampio il divario che separa Nord e Sud. Gli stati scandinavi – Finlandia e Svezia in primis – vantano una condizione di salute scintillante, mentre il Portogallo perde quattro posizioni e arranca in quarantanovesima posizione. La Spagna resta ferma a quota trentasei e la Grecia diventa addirittura novantaseiesima, alle spalle persino di Argentina e Namibia. Una situazione che “mantiene intatta la possibilità che Atene e forse anche altri Paesi – commentano li analisti del World Economic Forum – abbandonino l’area euro”.