Italia deferita alla Corte di Giustizia Europea per le norme sui licenziamenti collettivi

La legge 223/1991, che recepiva già con ritardo e in seguito a due condanne da parte della Corte di Giustizia Europea la direttiva CEE numero 129 del 1975, definisce il licenziamento come "collettivo" quando, all'interno di imprese con più di 15 dipendenti, ne riguarda almeno 5 (a tempo indeterminato) nell'arco di 120 giorni e all'interno della stessa provincia (anche se in diverse unità produttive), per i motivi di riduzione, trasformazione o cessazione di attività o di lavoro. Se queste condizioni non si verificano, il licenziamento di più dipendenti viene considerato "plurimo" e deve sottostare alle regole che disciplinano quello individuale. A differenza di quest'ultimo, infatti, la legge italiana obbliga i datori di lavoro che intendano procedere a un licenziamento collettivo a consultare i rappresentanti dei lavoratori per giungere a un accordo che possa evitare o ridurre l'entità numerica del licenziamento stesso e attenuarne le conseguenze sociali sui lavoratori interessati, con il ricorso a misure e ammortizzatori sociali mirati a facilitare la riqualificazione e la riconversione di chi viene lasciato senza lavoro.
La Commissione Europea, mercoledì 24 ottobre scorso, ha deferito l'Italia alla Corte di Giustizia dell'UE per non aver ancora adottato norme nazionali che adeguino in questa materia le nostre leggi a quelle europee, soprattutto per quanto riguarda i dirigenti, che attualmente non vengono conteggiati nella definizione di un licenziamento collettivo, né garantiti allo stesso modo degli altri dipendenti in termini di informazione e consultazioni sindacali in caso di interruzione del rapporto di lavoro. Questo, naturalmente viene ritenuto discriminante nei confronti di questa categoria, che per la legge italiana non include solo i vertici dell'azienda, dotati di grande potere decisionale e spesso anche di un ruolo nella stessa gestione del personale, ma anche i dirigenti di grado basso e intermedio, che hanno alte competenze professionali ma spesso nessun vero potere sulla gestione dell'azienda stessa e non esplicano il ruolo di datori di lavoro. Non solo, ma questa discriminazione può danneggiare anche gli altri dipendenti, dal momento che, non venendo conteggiati gli eventuali dirigenti licenziati nella definizione del licenziamento collettivo, questo può rendere più difficile raggiungere la soglia numerica prevista dalla legge (quella dei 5 dipendenti) e quindi ridurre le garanzie previste anche per tutti gli altri lavoratori, ai quali verrebbero in questo modo applicate le norme sul licenziamento individuale. Questo significa che, per fare un esempio, se, ferme tutte le altre condizioni necessarie, un'azienda licenziasse contemporaneamente 4 dipendenti e 3 dirigenti (quindi per un totale di 7 persone), non si potrebbero applicare le norme di tutela sul licenziamento collettivo.
Secondo la Commissione Europea, la definizione di "lavoratori" non può essere lasciata solo alla discrezione degli stati membri, ma questi "devono essere definiti in modo uniforme in tutta la Ue, in linea con gli obiettivi della direttiva, con il principio di parità e con la carta dei diritti fondamentali della Ue".