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Italia , rimuovere limiti a voto plurimo su società quotate - pres. Antitrust

·2 minuto per la lettura
Una bandiera italiana presso Piazza Navona, a Roma

MILANO (Reuters) - La rimozione dei limiti esistenti nell'ordinamento italiano all'emissione di azioni a voto plurimo delle società quotate è un elemento importante per evitare di penalizzare l'Italia nel mercato europeo.

E' quanto afferma il presidente dell'Antitrust Roberto Rustichelli nella relazione annuale dell'autorità.

"Al fine di garantire un effettivo level playing field nel mercato unico ed evitare una grave penalizzazione del nostro Paese, si ribadisce inoltre l'importanza di rimuovere i limiti oggi esistenti nel nostro ordinamento all’emissione di azioni a voto plurimo per le società quotate", afferma Rustichelli.

"Tali limiti costituiscono dei vincoli alla libera organizzazione dell’attività economica che possono spingere le imprese a non scegliere l’Italia come propria sede, ovvero a spostare quest’ultima in paesi in cui detti vincoli non sono previsti", afferma Rustichelli.

La legge attualmente in vigore consente la sola introduzione di azioni a voto maggiorato, le loyalty share, che conferiscono un diritto di voto aggiuntivo agli azionisti di lunga data (almeno 24 mesi).

Diverse società quotate hanno trasferito la sede legale in Olanda, dove gli investitori hanno accesso a uno speciale regime di voto maggiorato, che consente agli azionisti di controllo di rafforzare la presa sulle società e scongiurare il rischio di scalate ostili.

Nella relazione Rustichelli ha inoltre toccato il tema della concorrenza fiscale tra Stati membri, "uno dei più gravi fattori di distorsione di quel level playing field, che è a fondamento di una competizione equa".

"A beneficiarne quasi sempre sei Stati: Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta, mentre l’Europa è la principale vittima dell’elusione delle grandi società, con oltre il 35% dei profitti spostati dal Vecchio Continente, a fronte di meno del 25% dagli Stati Uniti".

Secondo Rustichelli, l'accordo di massima raggiunto in sede di G20, che prevede l'introduzione di una global minimum tax pari ad almeno il 15% rappresenta un "passo avanti" ma "non risolve fino in fondo il problema della concorrenza sleale all' interno dell'Unione Europea".

(Elvira Pollina, in redazione a Roma Stefano Bernabei)

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