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J.P. Morgan: obbligazioni, ecco come rispondere al rischio inflazione

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J.P. Morgan: obbligazioni, ecco come rispondere al rischio inflazione
J.P. Morgan: obbligazioni, ecco come rispondere al rischio inflazione

Maria Paola Toschi, Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management, analizza le forze contrastanti in campo e consiglia riduzione della duration, flessibilità ed esposizione a materie prime

L’uscita dalla pandemia delle principali economie è incoraggiante, ma sul futuro incombe il rischio inflazione. Il tema è al centro dell’attenzione degli investitori ed è decisamente complesso. Forse il rischio principale è che le politiche fiscali e monetarie restino troppo accomodanti troppo a lungo, creando un contesto favorevole all’escalation delle aspettative di inflazione. La domanda per gli investitori è come proteggersi. L’azionario è l’asset che può beneficiare sia di crescita che di inflazione, dato che siamo lontani da un livello di tassi che possa preoccupare. Ma tassi in rialzo sono il principale nemico delle obbligazioni.

RICERCA DI CLASSI OBBLIGAZIONARIE SOLIDE

Secondo Maria Paola Toschi, Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management, la strategia che gli investitori in reddito fisso possono adottare è fatta di riduzione della duration, inclusione di strumenti inflation linked, ma soprattutto flessibilità e ricerca di classi obbligazionarie più solide e di qualità, prevalentemente nel mondo corporate, che possono aiutare a costruire portafogli più solidi. L’esposizione a obbligazioni green migliora l’efficienza del portafoglio obbligazionario. Ma anche un’esposizione a materie prime e asset reali, sia immobiliari che infrastrutturali, potrebbe aiutare nella ricerca di rendimento, riducendo volatilità e i rischi di drawdown.

LA FED RASSICURA MA I MERCATI NON SONO CONVINTI

Toschi osserva che l’uscita dalla pandemia sta producendo una grande euforia: nella seconda parte dell’anno gli Stati Uniti guideranno una forte ripresa sull’onda del Piano Biden, ma a guastare la festa c’è il dilemma sull’inflazione. Ad aprile è salita del 4% con il tasso core al 3%. La Fed continua a sposare la tesi dell’inflazione temporanea ripete che è presto per discutere di tapering. Ciò ha calmato i mercati che però non sono del tutto convinti e temono che la Fed sia preoccupata del rialzo delle aspettative di inflazione.

PER ORA FENOMENO TEMPORANEO

A breve termine l’inflazione è attesa ancora in rialzo mentre i sussidi di Biden stanno scoraggiando il ritorno al lavoro, con le aziende che fanno fatica a impiegare e devono alzare i salari per riempire i posti vacanti, con rischio di accelerare l’inflazione. Per Toschi si tratta probabilmente di un fenomeno temporaneo, dato che su 22 milioni di posti persi nel lockdown circa 8 mancano ancora all’appello. Un altro fattore inflazionistico è legato alla ripresa lenta di offerta e produzione che sta creando colli di bottiglia, alimentando spiccati rialzi dei prezzi, ma il ritorno alla normalità potrà eliminare queste sacche di inefficienza.

MA PROSPETTIVE COMPLESSE A LUNGO TERMINE

Guardando avanti l’analisi si fa più complessa e alcuni elementi fanno pensare a un trend di inflazione più sostenuto, dovuto alle politiche fiscali generose nonostante la fase espansiva, al contrario dell’austerità seguita alla crisi del 2008 e poi del debito europeo. Bassi tassi e acquisti delle banche centrali stanno dando ai Governi la sensazione che i debiti non siano un problema e che l’emissione di bond sia senza limiti, mentre l’ampia liquidità potrebbe essere un attivatore di inflazione soprattutto se la politica monetaria dovesse rimanere troppo accomodante troppo a lungo.

UNA SERIE DI SPINTE INFLAZIONISTICHE

Toschi cita poi i rimbalzi poderosi di materie prime e energia, in conseguenza della forte domanda post lockdown, mentre anche l’implementazione delle politiche mirate alle emissioni zero potrebbero aver effetti inflazionistici, come anche il maggiore uso di rinnovabili che hanno costi più elevati rispetto alle energie tradizionali. Infine vanno considerati i cambiamenti strutturali accelerati dalla pandemia, come la minor globalizzazione che potrebbe causare meno efficienza e più frammentazione, con effetti inflativi, come nel caso dei semiconduttori.

AL LAVORO ANCHE FORZE DEFLAZIONISTICHE

Inoltre c’è il fattore Cina, che non è più la fabbrica di prodotti basso prezzo con cui in passato ha inondato i mercati, mentre anche un dollaro debole potrebbe far importare inflazione negli Stati Uniti. Ma Toschi avverte di non sottovalutare i forti trend strutturali che continuano ad alimentare bassa inflazione: pandemia e lockdown hanno accelerato la transizione digitale e l'e-commerce, sui mercati del lavoro la forza contrattuale dei sindacati è molto diminuita, mentre è cresciuta la disuguaglianza sociale con schiacciamento della popolazione nelle fasce di reddito più basse e calo dell’occupazione femminile, tutti fattori disinflazionistici.