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I keynesiani vanno all-in

Francesco Simoncelli
·7 minuto per la lettura

Gli economisti mainstream stanno celebrando l'elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti. Per i keynesiani, tale prospettiva, è una riaffermazione della gestione economica da parte dello stato e delle politiche monetarie reflazionistiche per ripristinare la crescita economica a seguito dei danni causati dai lockdown.

Questo articolo sottolinea gli errori nella tesi keynesiana, mostra come le principali statistiche economiche siano state manipolate e travisate per nascondere le illusioni a giustificazione degli interventi statali. E sulla base dei programmi inflazionistici solo annunciati finora, possiamo aspettarci che il deficit di bilancio degli Stati Uniti nell'anno fiscale 2021 sfori i $5.000 miliardi. Inoltre l'ipotesi del doppio deficit suggerisce che quando il temporaneo aumento del rapporto di risparmio si esaurirà, anche il deficit commerciale degli Stati Uniti aumenterà di conseguenza.

Ciò non presuppone alcuna interruzione delle incognite note, come un'inevitabile crisi bancaria e la liquidazione da parte degli stranieri del loro mucchio di asset finanziari e depositi bancari da $27.000 miliardi, causando un forte aumento dei tassi d'interesse.

Come per ogni ciclo di credito bancario, le politiche monetarie keynesiane saranno nuovamente confutate, ma questa volta, senza un cambiamento importante nelle politiche economiche e monetarie, le valute fiat è quasi certo che crolleranno, rendendo necessaria la loro urgente sostituzione col sound money.

Introduzione

I keynesiani, che superano in modo schiacciante i monetaristi e gli Austriaci, sono fermamente al comando. Ieri (20 gennaio) Joe Biden è diventato ufficialmente presidente degli Stati Uniti con un'agenda politica che supererà per ambizione qualsiasi stimolo nella storia americana: mettere a tacere il coronavirus, promuovere la crescita economica e riportare l'America nell'agenda verde. Non c'è dubbio nelle menti keynesiane che per i cambiamenti nella politica economica, Donald Trump è stato Herbert Hoover e Franklin Roosevelt sarà Joe Biden. I keynesiani tirano un sospiro di sollievo per il fatto che il controllo statale sulla macroeconomia è tornato in buone mani.

Secondo loro adesso l'economia statunitense si riprenderà e crescerà. Gli Stati Uniti saranno inondati da investimenti da tutto il mondo, spingendo il dollaro più in alto rispetto alle valute che persistono con misure di austerità (in altre parole, ogni valuta di ogni nazione che si rifiuta di seguire politiche reflattive). Anche il FMI esorta tutti i governi a spendere il più possibile. Per i keynesiani americani, le prospettive economiche sono migliorate incommensurabilmente con la partenza di Trump.

L'establishment bancario crede indubbiamente in questo miglioramento delle prospettive, a causa delle loro credenziali keynesiane e dei loro interessi commerciali. Credono in tre cose: l'inflazione è tenuta a bada visto che l'IPC cresce a meno del due per cento, dando ampio spazio all'espansione monetaria nell'ambito del doppio mandato della FED; l'industria può ricominciare ad investire con crescente fiducia quando la crisi sanitaria sarà finita; e con il tasso di risparmio che è stato incrementato durante i lockdown, c'è un'ampia spesa in potenza che potrebbe persino sfociare in un'economia ruggente come quella degli anni '20.

Per ora, strateghi e gestori di investimenti keynesiani ignorano l'oro. Vedono un leggero aumento dei tassi d'interesse che riporterà i mercati alla normalità, e mentre la ripresa economica si trasforma in una crescita sostenuta, le finanze nazionali torneranno ad un equilibrio e quindi in surplus quando le entrate fiscali saranno completamente recuperate. È sostanzialmente la tesi keynesiana degli anni '60 resuscitata e riconfezionata per il 2021.

Quante volte abbiamo visto questo film? Ad ogni svolta del ciclo del credito la tesi keynesiana finisce per essere fallace, solo per poi tornare come faro di speranza dell'establishment.

Ci sono due evidenti falsità statistiche dietro le ipotesi keynesiane. La prima riguarda la relazione tra inflazione monetaria e prezzi e la seconda è la rappresentazione del PIL come misura dell'attività economica. È essenziale comprendere appieno gli errori su queste due misure macroeconomiche prima di poter procedere a valutare la gravità di qualsiasi disinformazione che forniscono e come queste false rappresentazioni influenzeranno l'economia.

Cambiamenti nel livello generale dei prezzi

Il livello generale dei prezzi è un concetto economico che non può essere misurato. Il fatto che sia solo un concetto offre una notevole libertà nel proprio metodo a chiunque tenti di stabilirlo come proxy. Gli statistici ufficiali hanno sfruttato appieno questo fatto per ridurre l'onere della compensazione dell'inflazione da parte degli stati sia nei confronti della popolazione in generale che degli investitori che detengono titoli di stato indicizzati.

È un processo cumulativo che è iniziato subito dopo che gli stati accettarono di risarcire i loro cittadini per l'aumento dei prezzi sulla scia degli anni '70. John Williams di Shadowstats.com ha decodificato i cambiamenti nel metodo statistico implementato dal Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti dall'inizio degli anni '80 per arrivare ad una cifra per l'inflazione dei prezzi scevra da questi cambiamenti. La differenza rispetto alle stime ufficiali dell'IPC è notevole. E se guardiamo al Chapwood Index, che copre i prezzi "dei primi 500 articoli per i quali gli americani spendono i loro dollari al netto delle tasse nelle 50 città più grandi", vediamo che i prezzi annui misurati in questo modo sono aumentati del 13,4% (Sacramento) e del 7,1% (Albuquerque). Anche le grandi città hanno tassi elevati: New York 12,7%, Los Angeles 13,1% e San Francisco 12,8%. Ma con una media aritmetica in tutte le 50 città al 10,1%, questa cifra è notevolmente diversa dall'IPC ufficiale per il 2020 all'1,4%.

Inoltre il Chapwood Index mostra un tasso d'inflazione medio annuo del 9,97% in tutte le città tra il 2011 e il 2020. Prendendo questi calcoli, possiamo derivare il grafico mostrato nel Grafico 1.

Utilizzando il PIL nominale del 2010 come punto di partenza, possiamo tracciare il PIL "reale", deflazionato dall'indice dei prezzi al consumo (US City Average, quindi paragonabile al Chapwood), il PIL nominale deflazionato dal Chapwood ed il PIL nominale deflazionato dagli aumenti di M3. È immediatamente ovvio che la versione dei fatti ufficiali è quella anomala, con Chapwood ed espansione monetaria che si confermano a vicenda. L'implicazione è che l'economia statunitense non è cresciuta in termini ufficiali aggiustati all'inflazione. Al contrario, si è contratta continuamente se si aggiustano sia le stime sull'inflazione dei prezzi al Chapwood Index, sia l'inflazione monetaria misurata in termini di M3, in stretta correlazione l'uno con l'altro. Inoltre, dopo gli effetti destabilizzanti iniziali sulla scia del fallimento della Lehman, è stato stabilito il modello per questa correlazione e l'effetto di composizione da una base del 2010 ha portato ad un PIL più che dimezzato nel 2020 in termini aggiustati, deflazionato da queste due misure.

L'uso del Chapwood Index e M3 come deflatori suggerisce che c'è stata una piccola alterazione nel livello generale di liquidità nelle mani dei consumatori, altrimenti avrebbero mostrato una certa divergenza. Approssimativamente, a parte un breve picco nel 2012, il tasso di risparmio è rimasto ragionevolmente costante nel periodo, come mostrato dal grafico qui sotto.

Nel 2010 questa correlazione sarebbe stata sufficiente per annullare le prove del lag di tempo tra la nuova moneta in circolazione ed i suoi effetti sul potere d'acquisto del dollaro.

Diventa ovvio il motivo per cui i pianificatori monetari centrali devono credere ai numeri dell'IPC. Avendo fissato un obiettivo politico di piena occupazione coerente con un obiettivo d'inflazione al 2%, è chiaro che in base a dati realistici i tassi d'interesse siano fortemente soppressi. La soluzione dei pianificatori è stata quella di far credere a gestori di investimenti, gestori di fondi e persino agli investitori stranieri che l'inflazione dei prezzi è contenuta e non rappresenta una minaccia per le politiche inflazionistiche. Hanno avuto un notevole successo: ora tutti credono a questa favoletta. Sono come i cittadini nella fiaba di Hans Christian Andersen che hanno paura ad ammettere la loro idiozia nel sottolineare che l'imperatore non indossa abiti. Di conseguenza gli statalisti se la sono cavata imponendo politiche monetarie inflazionistiche nell'impunità pubblica... almeno finora.

Quando l'inganno sarà finalmente esposto, le conseguenze saranno drammatiche. Non solo la soppressione dei tassi d'interesse come mezzo per stimolare l'economia degli Stati Uniti è stata un fallimento totale e l'inflazione dell'offerta di moneta è stata la metrica migliore per adeguare il valore nominale al PIL reale, ma è probabile che le conseguenze della scoperta siano scioccanti ed improvvise.

Come nella fiaba, un bambino innocente può sottolineare l'aritmetica che sfugge alla comprensione degli economisti "armati" di dottorato. A scopo illustrativo, supponiamo un'economia con una bilancia commerciale e senza afflussi o deflussi netti di capitali. E supponiamo inoltre che il PIL sia costituito da tutta l'attività economica.

< Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online