Klout score: cos'è e a cosa serve

Di Klout, l’indice di influenza degli utenti nella Rete si parla ogni giorno di più. Il Web è letteralmente spaccato in due fra chi ritiene il suo score una bufala senza alcun riscontro nelle interazioni sociali reali e chi, invece, lo usa addirittura come requisito fondamentale per le assunzioni nel settore della comunicazione. Lanciato nel settembre 2009 da Joe Fernandez, questo social network valuta con una scala che va da 0 a 100 il grado di interazione dei singoli utenti scandagliando i loro profili Facebook, Twitter, Google +, LinkedIn, Pinterest e Foursquare ma anche le citazioni su Wikipedia. Il Klout score è ottenuto dalla misurazione di Like, Retweet, +1, Check-in, Repin e dell’ampiezza del network dell’utente.

Nonostante l’alone di scetticismo che circonda le indicizzazioni di questo giovane social network, negli Stati Uniti il Klout score che definisce il nostro status di influencer sta diventando un valore discriminante in alcuni settori. Dopo appena un anno dal suo lancio, al Palms Casino Resort di Las Vegas era già disponibile un’area riservata agli high-ranking influencer. In altri luoghi uno score elevato dà diritto a sconti personalizzati, canali preferenziali nei servizi clienti o posti privilegiati sugli aerei. Perché? Semplice un influencer soddisfatto con un forte seguito in Rete diventa una cellula di marketing gratuito e autorevole che può dar vita a una campagna “virale” a costo zero.

In un contesto fortemente competitivo come quello del mondo anglosassone il Klout score è stato assimilato anche nel mondo del lavoro, specialmente in settori come la comunicazione e il marketing nei quali i social network giocano, ormai, un ruolo determinante. Lo scorso aprile Sam Fiorella, esperto di marketing e collaboratore di colossi come Kraft, Ford e Aol è stato scartato da un’agenzia di marketing canadese perché aveva un Klout score troppo basso. Il caso di Fiorella, rimbalzato sulle pagine di Wired, ha scatenato un acceso dibattito in Rete. Lo stesso Fiorella si è iscritto a Klout è arrivato fino a un dignitosissimo score di 72 per poi cancellarsi dal social rivendicando così il valore della propria influenza nella vita reale, dell’autorevolezza costruita attraverso l’esperienza e i risultati ottenuti nella sua carriera professionale.

Il concetto è semplice: va bene studiare metodi per valutare l’influenza e l’audience ma non è forse pericoloso affidare a un algoritmo le nostre vite, professionali e non? La prova di quanto sia ancora ampio il divario fra influenza digitale e influenza reale è venuta a galla quando ci si è accorti che Justin Bieber aveva un Klout score più alto del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Il dato ha costretto Klout a rivedere i suoi criteri di misurazione e a inserire nel calcolo le citazioni su Wikipedia. E ora Obama “batte” Bieber 99 a 91. Nonostante lo scetticismo che circonda l’invenzione di Joe Fernandez è difficile negare che l’indice abbia un suo valore nel mondo della comunicazione. È di questi giorni la notizia che nel Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo vi sarebbero almeno una decina di influencer con un coefficiente superiore a 75, ovverosia capace di incidere su di un bacino di circa 100mila persone. Rilanciato da un editoriale di Claudio Tito sulla prima pagina de La Repubblica, il dato ha acceso i riflettori su di un social ancora poco conosciuto nel nostro Paese.

Fra entusiasmi e scetticismi, comunque, a tre anni dalla nascita Klout deve già vedersela con una concorrenza agguerrita: quella di Flout, Empire Avenue, PeerIndex e Identified che si sono messi nella scia del social di riferimento nella misurazione della popolarità che conta attualmente 100 milioni di iscritti. Dobbiamo attenderci una febbre da Klout score e provvedere a inserire il nostro indice di influencer nel curriculum vitae e sui biglietti da visita?