L’importanza del bilanciamento tra lavoro e vita privata

Ecco perché il work/life balance è fondamentale per la crescita di un paese

Trovare un giusto equilibrio tra lavoro e famiglia è una sfida che tutti i lavoratori affrontano. Una ricerca continua che non sempre produce buoni frutti. Anzi. Non sono poche le persone che per vivere dignitosamente sono costrette a trascorrere la maggior parte del loro tempo sul luogo di lavoro o che, viceversa, non lavorano per badare ai figli dal momento che non ci sono abbastanza strutture per l’infanzia.

Raggiungere un adeguato work/life balance, come è definito in inglese, non è importante solo per migliorare le proprie condizioni di vita. E’ un traguardo fondamentale per il benessere sociale e economico di tutta una comunità. In primo luogo perché è un forte stimolo alla crescita e allo sviluppo di un paese: se le famiglie che intendono avere più figli possono permettersi di non lavorare o di lavorare meno per un certo periodo di tempo, saranno più incoraggiate a mettere al mondo dei bambini. E’ noto che se in un paese avanzato e industrializzato la popolazione aumenta, ci sono più energie giovani e il sistema di welfare diventa più sostenibile. A beneficio di tutti. Dall’altra parte, se le famiglie scelgono di fare figli e vogliono allo stesso tempo lavorare, possono farlo solo se ci sono degli strumenti adeguati (asili nido, sostegni all’occupazione per donne con figli, congedi parentali, possibilità di fare telelavoro). In uno scenario dove il rapporto tra lavoro e vita è sbilanciato, si fanno pochi figli e l’occupazione, soprattutto quella femminile, è più bassa.

Arrivare a un work/life balance corretto è cruciale anche per il benessere dei bimbi. Come rileva l’Ocse, i bambini che hanno entrambi i genitori a lavoro hanno tre volte meno probabilità di crescere nella povertà rispetto ai loro coetanei che hanno solo un genitore che lavora. In più, un buon equilibrio tra tempo di lavoro e tempo dedicato alla famiglia riduce lo stress dei papà e delle mamme: una cosa che avvantaggia sia le relazioni genitori-figli che quelle genitore-genitore. Tuttavia, nei paesi Ocse, un buon bilanciamento tra famiglia e carriera viene raggiunto solo quando i bambini crescono: il 66% delle mamme inizia (o riprende) a lavorare dopo che i figli raggiungono l’età per andare a scuola.
Un altro aspetto significativo del work/life balance è la quantità di tempo che i lavoratori passano a lavoro. E’ stato ampiamente riscontrato che lavorare per molte ore può compromettere la salute, mettere a repentaglio l’incolumità e accrescere il tasso di stress. Inoltre, più tempo si passa a lavoro, meno tempo si ha a disposizione per dedicarsi ad altre attività e allo svago. La quantità e la qualità del tempo libero è un fattore che incide sul benessere complessivo delle persone. Nei paesi Ocse, ogni lavoratore lavora in media 1.739 ore all’anno e dedica il 64% della giornata (15 ore) alla cura di sé (mangiare, dormire…) e al tempo libero (relazioni con amici e famiglia, interessi personali e hobby, fruizione di Tv e computer, giochi…).

A che punto siamo in Italia riguardo alla questione del bilanciamento vita-lavoro? Nel complesso, nella classifica sul tema stilata dall’Ocse, il nostro paese è solo al 26° posto (con un punteggio di 7/10 circa), tra Polonia e Irlanda, mentre le prime posizioni sono occupate da Danimarca (prima, con 8,5-9 punti su 10), Norvegia e Olanda.
Ma guardiamo i singoli aspetti. In Italia, una madre su due (il 49%) inizia o riprende a lavorare solo quando i figli cominciano ad andare a scuola. La percentuale è ben più bassa della media dei paesi Ocse (66%), il che dà l’idea di quanto sia difficile per le madri integrare vita e lavoro. Riguardo al numero di ore passate al lavoro, gli italiani lavorano 1.773 ore in media all’anno, una quantità più alta rispetto alla media dei paesi più industrializzati (1.739 ore). Quanto al tempo libero, i nostri connazionali dedicano il 65% della loro giornata (15,7) a cura di sé e tempo libero.

Il nostro paese si trova al di sotto della media Ocse rispetto a tre indicatori fondamentali sulla famiglia: occupazione femminile, tasso di fertilità e tasso di povertà infantile.
Il problema italiano, derivante anche da politiche per l’infanzia e per il lavoro che hanno ostacolato l’occupazione femminile, è su entrambi i fronti: è dura conciliare figli e lavoro, ma è necessario anche mantenere elevato il tasso di occupazione dei genitori per abbassare il rischio della povertà infantile. 

Naturalmente, i soggetti che hanno più difficoltà a conciliare famiglia e lavoro sono le donne. Il tasso di occupazione femminile in Italia è del 48%, mentre la media Ocse è pari al 59%. Parallelamente, si fanno anche pochi figli, anche perché le coppie scelgono di rimandare l’età in cui avere il primo figlio e le probabilità di non avere bambini aumenta: i tassi di fecondità sono pari a 1,4 figli per donna. Molte donne non diventano mai madri: il 24% circa delle donne nate nel 1965 non avuto figli; in Francia, soltanto il 10% delle nate nello stesso non ha messo al mondo bambini.

Il tasso di povertà infantile in Italia è pari al 15%. Circa l’88% dei bimbi che vivono con un solo genitore disoccupato sono poveri (la media Ocse è più bassa: 62%). Allo stesso modo, il 79% dei bambini che vivono con due genitori disoccupati sono poveri. La percentuale cala al 22% quando solo uno dei due genitori ha un lavoro (le medie dei paesi industrializzati sono, rispettivamente, 50% e 17%).

L’Italia spende circa l’1,4% del Pil per le famiglie con figli. In media, i paesi Ocse spendono il 2,2%. Quanto ai congedi, i genitori occupati hanno diritto a undici mesi di congedo parentale retribuito di cui cinque mesi di maternità, retribuiti in genere al 100% dello stipendio. Tuttavia, la retribuzione è poco elevata per il resto del congedo. Dei servizi all’infanzia usufruiscono circa il 29% dei bambini al di sotto dei 3 anni, una cifra di gran lunga inferiore alla percentuale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia (il 98% dei bimbi tra i 3 e i 5 anni). Solo sei bambini su cento tra i 6 e gli 11 anni è iscritto a servizi di pre e dopo scuola, e in parte ciò è dovuto al fatto che i finanziamenti non siano elevati.

Gli orari di lavoro svolgono un ruolo limitato nell’aiutare le famiglie a conciliare lavoro e vita privata: meno del 50% delle imprese con 10 o più dipendenti dà flessibilità di orario ai propri dipendenti, e 6 lavoratori dipendenti su 10 non sono liberi di differenziare e variare il proprio orario di lavoro. A questo si aggiunge che l’accesso ai servizi di pre e dopo scuola è scarso, un aspetto che rende più difficoltoso avere un lavoro full time. Ecco perché l’alternativa è di frequente il lavoro part time: è un’opzione scelta dal 31% delle donne e solo dal 7% degli uomini.

Infine, il tempo dedicato dalle donne al lavoro non retribuito. In Italia, è di oltre 5 ore al giorno contro le quasi 2 ore al giorno per gli uomini: la più ampia disparità di genere nei paesi Ocse dopo Messico, Turchia e Portogallo.