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L’amore travolgente tra Anaïs Nin e Henry Miller che della vita volevano assaggiare ogni cosa (e lo fecero)

Di Sara Mostaccio
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Anthony Barboza - Getty Images
Photo credit: Anthony Barboza - Getty Images

From ELLE

Henry Miller sapeva di essere un genio ma non lo aveva ancora scoperto nessun altro. Anaïs Nin invece si era già fatta un nome come scrittrice ma la sua opera più potente la teneva segreta. Nel segreto nacque e fiorì anche la loro relazione, un inestricabile nodo tra vita e letteratura ad altissimo tasso di sensualità.

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Quella storia è stata raccontata da Léonie Bischoff nell’albo illustrato appena uscito per L’Ippocampo con il titolo Anaïs Nin. Nel mare delle menzogne. Si ispira a due libri della scrittrice, ambedue tratti dai diari: Incesto, che racconta il suo rapporto con padre ritrovato dopo molti anni; e Henry e June, scritto tra il 1931 e il 1932. Quest’ultimo esplora proprio l’amore con Henry Miller e il triangolo con la di lui moglie June.

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In verità c'era anche un quarto membro: il marito di Anaïs, Hugh Parker Guiler, sposato a vent'anni ma sempre al margine della sua ricca vita interiore – e non solo. Eppure tanto amato da non aver mai voluto lasciarlo anche se “la vita ordinaria non mi interessa. Cerco solo i grandi momenti… Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono.”

Henry e Anaïs si incontrarono nel Dicembre del 1930 e si piacquero subito. Lei era impressionata dalla sua scrittuta “ardita, virile, animale.” Trovava fosse “un uomo la cui vita inebria… È come me.” Si riconobbero a vicenda, era fatti della stessa pasta. Parlavano ininterrottamente di letteratura, arte, vita, desideri, aspirazioni, sogni, dolori. Henry era arrivato a Parigi con una valigia piena di manoscritti che nessun editore aveva ancora accettato di pubblicare. Era senza un soldo e spesso Anaïs gli prestava o addirittura regalava denaro perché potesse tirare a avanti. Il biglietto per la Francia glielo aveva pagato la moglie June, ballerina, che poco dopo lo raggiunse. Quando Anaïs la vide per la prima volta ebbe solo una parola per lei: “bellissima.”

Il ménage à trois sembrò funzionare, per un po’. Pare fosse sorta persino una relazione tra le due donne, anche se non è chiaro fin dove si sia spinta o se sia stato solo un flirt fatto di sguardi, forse un bacio. Ma Henry e Anaïs preferivano vedersi da soli. Erano incontri roventi in cui si alternavano senza soluzione di continuità amplessi infuocati e altrettanto accese discussioni sulla letteratura. Scoprivano di potersi sentire totalmente liberi, interamente se stessi, quando erano insieme in quello che loro chiamavano “il laboratorio di pizzo nero” nel quale si davano a ogni sperimentazione, sessuale e artistica.

A lei non importava un’alternativa al matrimonio (fin troppo) quieto che conduceva con il marito, che lavorava in banca e aveva sopito le sue aspirazioni da regista in favore di una vita più stabile e sicura. Ma non le bastava quella vita borghese a Louveciennes, ai margini di Parigi. Ogni volta che saliva su un treno per raggiungere Henry in città un turbine vitale la travolgeva. Scriverà anni dopo che “una bella casa, un caminetto accanto al quale sedermi, un bel panorama persino quando li desidero sono pericolosi (dato che nascondono le sbarre di una gabbia).” Lei le sbarre le spezzava scrivendo.

Lo faceva da quando aveva 11 anni e il padre, pianista sempre in giro per il mondo per i suoi concerti e per imbastir tresche, lasciò per sempre la famiglia. Il primo diario iniziò a scriverlo come una lunghissima lettera al padre. Ma fu solo dopo l’incontro con Henry Miller che i diari assunsero la forma più complessa di specchio di sé, laboratorio creativo, opera d’arte in perenne divenire. Henry che ne lesse alcuni stralci capì subito che era l’opera migliore di Anaïs. “Questo diario è il kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni”.

Mentre Anaïs riempiva quaderni su quaderni, Henry Miller scriveva Tropico del Cancro che uscì nel 1934 grazie all’aiuto della scrittrice. Anche lei scriveva e pubblicava ma il diario continuava a restare segreto. Tale resterà per lungo tempo. Quell’opera immensa, labirintica e dirompente uscirà censurata solo nel 1966. Anaïs, che morì nel 1977, aveva disposto che uscisse in versione integrale solo dopo la morte del marito, avvenuta nel 1985. Non voleva ferirlo. Non aveva mai voluto ferirlo, neanche quando allacciava relazioni con altri uomini. Non ci fu solo Henry Miller, ma ci fu soprattutto Henry Miller, per tutti gli anni ‘30. “Bramo la tua forza e la tua dolcezza, le tue mani, ogni cosa di te, e non so più quelle che ricordo e quelle che desidero.”

Diari e romanzi non furono l’unica cosa che i due amanti scrissero in quel periodo. Si scambiarono anche miriadi di lettere raccolte nel 1989 con il titolo Storia di una passione. Lettere 1932-1953. Lui adorava scriverle e lei non era da meno. Lo faceva a macchina e aggiungeva annotazioni di ogni tipo. Anche per lettera si amavano dello stesso amore carnale che li consumava quando erano insieme. Le missive sono ricolme di allusioni sessuali o descrizioni esplicite. La loro passione non si spegneva, che si incontrassero in albergo, nella casa vuota di Anaïs, in un bar in centro. Oppure tra le parole. Quando si lasciavano prendevano immediatamente a scriversi: “vacillo…abbacinata dall’intensità di quelle ore... Henry grida: dimmi, dimmi quello che senti. E io non posso. Ho il sangue agli occhi, alla testa.”

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Come la loro passione che più bruciava e più cresceva, anche le loro parole non si esaurivano mai. Intervenivano ciascuno sull’opera dell’altro annotando, consigliando, correggendo. Nutrivano reciprocamente le loro anime, i loro corpi, i loro libri. “Il nostro lavoro è interrelato, – scrive Anaïs – interdipendente, sposato. Il mio lavoro è la moglie del suo.”

Tutto sembrò precipitare quando, nell’estate del 1933, Anaïs incontrò quel padre che l’aveva abbandonata da bambina. Si riaccese la fiamma dell’amore per un uomo impossibile, distante, che non aveva fatto che deluderla ma a cui strenuamente voleva piacere. Era per lui che aveva iniziato a scrivere. È in quel periodo che divenne insofferente verso Henry, lo sospettava di approfittarsi di lei per vivere alle sue spalle. Ma in fondo quel padre irraggiungibile ora che l’aveva raggiunta si svelò solo altro specchio di se stessa. Henry invece era altro da sé, quello che le mancava. Lei lo era per lui: “Ricomincio a funzionare. Sono come una enorme ruota che non può girare finhé non arrivi qui con la tua minuscola, accurata attrezzatura. Un piccolo, piccolissimo tocco, e tu mi rimetti in moto.”