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L’euforia è tanta, ma i dubbi aumentano

Pierluigi Gerbino
·5 minuto per la lettura

La terza settimana borsistica dell’anno ha dovuto fare i conti con parecchie novità, che hanno sparigliato un po’ le carte in mano agli operatori e costretto i mercati a concluderla al di sotto dei massimi raggiunti durante i festeggiamenti per l’insediamento senza incidenti del nuovo Presidente USA Joe Biden.

La luna di miele con Biden resta forse la carta migliore in mano ai rialzisti.

Quelli che studiano il cosiddetto “ciclo borsistico presidenziale”, cioè le relazioni statistiche che si sono storicamente verificate tra l’andamento dei mercati e le varie fasi politiche che scandiscono il mandato dei presidenti americani, sanno che tradizionalmente il periodo che segue le elezioni viene a creare una sorta di luna di miele tra il Presidente eletto e i mercati, con i secondi intenti a scommettere sulle radiose prospettive future che porteranno le promesse della campagna elettorale.

E’ stato così anche in questa tornata elettorale, anche se questa volta il presidente uscente e sconfitto non ha mai accettato il risultato elettorale ed ha fomentato le proteste popolari, culminate con il grottesco “quasi Golpe” dell’Epifania, fino a pochi giorni prima dell’insediamento del suo successore. I mercati però hanno sostanzialmente ignorato le minacce alla democrazia, credendole, a ragione, un bluff di Trump, che non sarebbe andato molto oltre i Tweet e si sarebbe alla fine ritirato in buon ordine. 

Se osserviamo i precedenti cicli elettorali, constatiamo il ripetersi con buona frequenza di una tipica modalità di reazione dei mercati. Subito dopo l’elezione avviene un primo impulso rialzista, spesso piuttosto poderoso, per circa un mese, seguito da una fase di consolidamento tendenzialmente laterale fino all’insediamento o poco oltre, per poi effettuare un nuovo impulso che accompagna i classici 100 giorni in cui ogni presidente attua le sue principali promesse elettorali.

Anche stavolta la successione è stata rispettata, anche se il consolidamento a cavallo dell’insediamento non si è espresso appieno, limitandosi di fatto alla sola seconda settimana di gennaio. La scorsa settimana la ripresa del rialzo ha portato Biden al giuramento, segnando nuovi massimi storici su tutti gli indici azionari USA, per poi retrocedere di una frazione di punto percentuale dai massimi nelle ultime due sedute. Il saldo settimanale è comunque ampiamente positivo per SP500 (+1,94%) e soprattutto per il tecnologico Nasdaq100 (+4,39%), che ha frenato un po’ solo nell’ultima seduta della settimana.

Gli USA ci lasciano perciò col dubbio su quel che frulla loro in testa per la settimana che inizia oggi. Continueranno il consolidamento in modo da adeguarsi pienamente alla correlazione storica, magari con un rientro dell’indice SP500 nella lateralità compresa tra 3.830 e 3.750, in attesa delle mosse di Biden? Oppure il rialzo riprenderà fin da subito, grazie alle scommesse, ovviamente positive, sulle trimestrali in arrivo mercoledì prossimo da parte dei big tecnologici (Apple, Tesla, Facebook)? 

Segnalo anche che, nel “super-mercoledì” che ci attende, occorrerà fare i conti con la FED, che terrà la sua riunione mensile e potrebbe lanciare messaggi di politica monetaria in grado di pompare altra adrenalina negli scommettitori d’azzardo, che ormai hanno preso il sopravvento sui mercati.

L’Europa sta invece faticando non poco a tenere il ritmo dell’entusiasmo americano. Dopo la smagliante prima settimana dell’anno, l’indice delle blue chip dell’Eurozona Eurostoxx50 ha conosciuto due settimane negative e sta lateralizzando in un’area compresa tra il minimo (3.525) ed il massimo (3.658) della prima settimana del 2021. Venerdì è riuscito, con un recupero finale, a chiudere la settimana appena sopra la metà del range indicato. Intanto il grafico della forza relativa tra Eurostoxx50 e SP500, che è tornato in trend negativo dal 18 novembre scorso, sta facendo da inizio anno sempre nuovi minimi. 

Ad indebolire l’azionario europeo sono diversi fattori, ma quello più preoccupante sono le notizie in arrivo dal fronte della guerra mondiale al coronavirus. Si susseguono gli studi sulla pericolosità  delle mutazioni che il virus ha attuato nel suo infinito replicarsi. La variante inglese al momento pare vulnerabile ai vaccini esistenti, ma in Gran Bretagna hanno accertato, oltre alla sua maggiore contagiosità, anche una maggior letalità. Le varianti sudafricana e quella brasiliana, oltre ad essere anche molto contagiose, cominciano ad insinuare dubbi negli esperti di essere in grado di resistere al vaccino. Se così fosse il virus avrebbe vinto un’altra battaglia, riuscendo a sottrarsi all’arma letale che il mondo ha approntato, e costringerebbe a studiare costose e complicate riedizioni dei vaccini in grado di neutralizzarlo. Tutto ciò in una situazione in cui le due imprese già autorizzate alla commercializzazione del proprio vaccino (Pfizer e Moderna) stanno incontrando ritardi nella consegna, ed anche Astra-Zeneca, che dovrebbe aggiungersi entro pochi giorni, ha rivisto al ribasso la propria capacità produttiva. Il risultato è che il virus appare più veloce a sottrarsi di quanto il mondo dimostri di essere capace ad inseguirlo. Le prospettive di immunità di gregge, che venivano annunciate per la seconda metà dell’anno sembrano slittare almeno di qualche mese, con ovvie conseguenze negative sulla fine dei lockdown e sul ritorno ad una parvenza di normalità.

A queste notizie si aggiunge l’incertezza comunicativa della BCE versione Lagarde. Giovedì scorso la Presidente BCE non è riuscita a spiegare in conferenza stampa le intenzioni future della Banca Centrale e sulle previsioni economiche è stata molto incerta, arrivando a non escludere nemmeno la possibilità che si veda nei prossimi mesi l’accoppiata recessione-inflazione, che sarebbe una prospettiva velenosa per gli investitori.

Anche la situazione politica sembra deteriorarsi, con alcuni paesi europei in crisi di governo (Olanda ed Estonia), che rischiano di non ratificare il bilancio UE in tempi brevi e di far così ritardare le erogazioni del Recovery Plan. Altri, come l’Italia, hanno il Premier in procinto di dimettersi, se questa settimana verrà sfiduciato, come sembra ogni giorno più probabile. Le dimissioni renderebbero assai difficile presentare il Piano esecutivo da 209 miliardi a Bruxelles in tempi utili. Un piano che è già in ritardo nella presentazione della prima Bozza di massima e che andrà presentato nella versione esecutiva finale entro la fine di aprile. Ma la versione dettagliata è ancora tutta da inventare, e senza un governo con pieni poteri non è pensabile che possa essere messa a punto in tempo.

Insomma: i dubbi per gli investitori non mancano, anche se l’euforia è tanta. Ma l’euforia abita soprattutto in USA, mentre i dubbi risiedono tutti in Europa.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online