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L’industria manifatturiera è centrale nella guerra commerciale

Pierpaolo Molinengo

Gli analisti di DWS si chiedono che differenza possa fare un decennio o tre! Se siete abbastanza grandi, ricorderete come la produzione di beni reali fosse considerata due decenni fa. Alla fine degli anni novanta, all’apice della new economy, l’industria manifatturiera veniva ridicolizzata come la "old economy".

Aggrapparsi all'industria è stata vista come una strategia senza speranza, data la concorrenza dei produttori a basso costo nei mercati emergenti. Dieci anni dopo, dopo la crisi finanziaria, è tornata improvvisamente di moda e molti paesi hanno annunciato piani per rafforzare i loro sforzi di reindustrializzazione. Oggi, nel contesto attuale di guerra commerciale, l'attenzione principale è rivolta ai beni industriali. Le lavastoviglie coreane, l'acciaio canadese e i pannelli solari cinesi sono stati tra i primi prodotti ad essere colpiti dai dazi punitivi. Nei prossimi mesi, tra gli obiettivi di Donald Trump ci potrebbero essere le auto tedesche.

Quanto è importante oggi la produzione? Il "Grafico della settimana" suggerisce alcune risposte rivelatrici. Esso dimostra che la quota dell'attività produttiva rispetto al prodotto interno lordo (PIL) complessivo varia notevolmente da un paese all'altro. Se il conflitto commerciale globale dovesse intensificarsi, i paesi con una maggiore esposizione al settore manifatturiero avrebbero naturalmente più da perdere. Di conseguenza, la Cina è molto vulnerabile, così come la Germania. Nel caso di quest'ultima, la dipendenza è addirittura aumentata negli ultimi anni, sfidando una tendenza globale.

Ma che cosa c'è dietro questa tendenza globale di diminuzione della quota manifatturiera all’interno del PIL? E cosa spiega la rinnovata ossessione per la produzione tra i guerrieri commerciali? Risulta che le due questioni sono strettamente collegate tra loro. Secondo l a teoria economica standard e circa due secoli di storia economica, la produzione è stata principalmente il prodotto del loro stesso successo. La crescita della produttività tende ad essere più facile da realizzare nel fare cose piuttosto che nel fornire servizi. Quindi, nel tempo, a livello globale la quota di posti di lavoro e di valore aggiunto nella produzione tende a ridursi.

Gli analisti di DWS ritengonoche dal punto di vista politico, ciò si sia rivelato esplosivo. Le catene di montaggio per lungo tempo hanno garantito posti di lavoro sicuri, pagando buoni stipendi per generazioni di lavoratori relativamente poco qualificati. E forse non c’è da stupirsi delle ripercussioni elettorali. Aggiungete il fatto che le merci tendono ad essere più facili da contare e tassare, e forse non c'è da meravigliarsi se l'attuale amministrazione considera politicamente vantaggioso mirare le merci straniere. Il problema è che, anche altrove, molti politici desiderano rilanciare la produzione manifatturiera all'interno dei propri confini. Purtroppo, è improbabile che ciò possa funzionare bene per l'economia mondiale nel suo complesso.

Autore: Pierpaolo Molinengo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online