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La Cina del futuro guarda al maoismo

Marco Lupis
·Journalist – Correspondent – Author
·6 minuto per la lettura
(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)
(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)

Dopo una settimana trascorsa a commemorare i 70 anni dall’intervento cinese nella Guerra di Corea e a inviare oscuri avvertimenti al resto del mondo – e in particolare agli Stati Uniti – sulla potenza militare del suo Paese, Xi Jinping apre oggi il quinto Plenum del Partito Comunista Cinese (PCC) che ha il compito di preparare il prossimo Congresso – il 20° - previsto per l’autunno 2022 e stabilire le linee guida del Dragone per gli anni a venire.

Per quattro giorni, fino a giovedì 29 ottobre, i circa 370 membri del Comitato centrale del Partito si riuniranno a porte chiuse a Pechino, per decidere quali saranno i principi della politica e dell’economia futura di Pechino. I membri della ristretta élite che ha il compito di governare un miliardo e mezzo di cinesi dovranno prima di tutto definire le grandi linee del 14° piano quinquennale, che fisserà gli obiettivi dell’economia della Cina fino al 2025. I componenti del Plenum dovranno anche fissare le priorità del prossimo decennio cinese, soprattutto nell’ambito tecnologico. Due le questioni principali nella loro agenda: quella politica e quella economica. La prima dovrà affrontare e – presumibilmente – ratificare la consacrazione del già potentissimo Xi a presidente a vita della Cina, attraverso la “revisione del regolamento riguardante il lavoro del Comitato centrale del PCC”; nella pratica estendo il suo potere oltre i limiti – già amplissimi – che furono di Mao. Una nuova mossa di Xi per concentrare il potere al vertice del Pcc, e dunque nelle sue mani. E sono in molti a ritenere probabile che l’elaborazione di un piano economico fino al 2035 potrebbe segnalare la volontà del leader cinese di trasformare – definitivamente - il suo mandato in una “presidenza a vita”, appunto.

E pure il secondo tema, quello economico, vede balzare sul proscenio prepotentemente una inedita ipotesi di lavoro in economia che vede nel futuro della Cina un possibile ritorno al passato, e pare richiamarsi apertamente all’” “autosufficienza autarchica” voluta da Mao Zedong, ribattezzata oggi strategia della “doppia circolazione”.

Nei giorni scorsi il vicepresidente e braccio destro di Xi, Wang Qisha, ne ha anticipato i presupposti intervenendo in videoconferenza all’edizione 2020 del “Bund Summit “di Shanghai: “Nel prossimo futuro la Cina si concentrerà sull’autosufficienza e sulla riduzione del rischio finanziario”, ha detto il vice di Xi, nel suo primo intervento pubblico da oltre un anno. In pratica Pechino punta sulla crescita dei consumi interni e su una sempre maggiore “autosufficienza” in termini di produzione e sviluppo, puntando sull’innovazione in settori come microchip, energie rinnovabili, farmaceutica e tecnologia spaziale, con l’intento di ridurre – e virtualmente eliminare del tutto - la dipendenza del Paese dalle esportazioni e dai mercati stranieri. E per combattere gli effetti negativi della pandemia e quelli del possibile “decoupling” (la separazione economica) dagli Usa, il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato appunto la strategia della “doppia circolazione”. Per questo motivo, gli analisti internazionali hanno parlato di un “ritorno al passato” di Xi; il tentativo di riportare in auge quel valore maoista di “autosufficienza autarchica” che spinse il Paese alla chiusura economica nella ricerca dell’indipendenza economica e commerciale.

L’economia cinese sembra aver superato con grande rapidità – e persino facilità - la prima fase dell’emergenza Covid-19. Il Pil nazionale è tornato a crescere, a livelli inferiori rispetto al passato, ma comunque impensabili per qualsiasi altra economia nel Mondo - soprattutto in questo periodo: parliamo di un quasi + 5% di crescita. Sicuramente il Plenum sottolineerà questo risultato rispetto alle difficoltà incontrate da Stati Uniti ed Europa, per riaffermare ancora una volta il primato della dottrina del “socialismo con caratteristiche cinesi” a livello globale.

Ed è stato sempre il vicepresidente cinese a chiarire i termini di questa strategia futura: “il paese dovrebbe fare dell’innovazione e della fiducia in sé stessi la sua “forza trainante economica” piuttosto che fare affidamento su “mercati e risorse internazionali”, ha chiarito Wang.

La carta del protezionismo e della ricerca dell’autosufficienza commerciale, però, si è da sempre rivelata un’arma a doppio taglio per qualsiasi economia, grande o piccola che sia. Cina e Usa hanno ormai accumulato un tale intreccio di interessi produttivi e commerciali incrociati, che ogni ipotesi di distacco economico totale tra le due superpotenze può rivelarsi un boomerang dalle conseguenze imprevedibili.

È il caso, per esempio, di quanto accaduto dopo la proposta di Trump di eliminare dal web americano i colossi dei social cinesi come Tik-Tok o Wechat, che ha provocato l’immediata protesta in patria di multinazionali come Apple o Microsoft, che utilizzano per esempio proprio Wechat come principale canale per pubblicizzare i propri prodotti su un mercato sterminato e difficilmente rimpiazzabile come quello cinese.

Del resto, in realtà, non tutto quello che luccica in quest’ultima – per molti versi straordinaria – performance dell’economia cinesi in tempi di Covid, è realmente oro. Chi pensa infatti che la Cina stia uscendo da questa pandemia senza problemi di denaro, non ha idea di cosa stia succedendo davvero al di fuori di quanto ci arriva del grande Internet cinese controllato e censurato dal Great firewall. I paesi che una volta facevano affidamento esclusivamente sulla produzione della Cina hanno già cominciato a diversificare la loro produzione in tutto il mondo, quindi meno soldi arrivano in Cina per le esportazioni - ad esempio Huawei ha perso oltre il 23% dei profitti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un calo enorme. La Cina non ha altra scelta che fare ciò che ogni altro paese del pianeta sta facendo ora dopo il COVID-19 e cioè fare affidamento sul proprio mercato interno per mantenere il paese in funzione. Le esportazioni rappresentavano fino a ieri un enorme 20% nel PIL cinese, ma i dollari internazionali che affluiscono in Cina si stanno prosciugando: i giorni di gloria di 20 anni fa, quando le nazioni occidentali inondavano la Cina con trilioni di dollari per la produzione, stanno volgendo al termine.

Xi Jinping e i suoi sanno bene che – al di là dei numeri trionfalistici della loro economia - l’unica a progredire nell’epoca della pandemia globale - questo è un momento difficile per la Cina, che ha ancora il 5% della sua popolazione in povertà, e quindi fare affidamento esclusivamente sul mercato interno per la sua espansione e crescita sarà molto difficile.

Questi giorni di discussione al Plenum iniziato oggi saranno decisivi per molti motivi, in primis per stabilire una strategia che consenta a Pechino di mantenersi protagonista di una governance globale che, nell’immediato futuro – l’intelligenza sottile di Xi lo ha capito molto bene – andrà completamente riscritta e riadattata, in termini proposte e obiettivi – a un mondo post- Covid. Per non rischiare di commettere lo stesso errore che commise l’imperatore Qing, quando rifiutò sdegnosamente ogni ipotesi e proposta di collaborazione e di scambio commerciale con l’Occidente, con il risultato di precipitare la Cina nell’isolamento internazionale e in una crisi così profonda, da costringerla a firmare gli umilianti trattati ottocenteschi.

Xi Jinping, e la ristretta oligarchia che decide a Pechino, conoscono la storia, e sanno molto bene che non possono correre questo rischio. Aspettiamoci più di qualche sorpresa.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.