La condizione dei portaborse, i precari del Parlamento

Secondo il Cocoparl, 230 deputati su 630 pagano in nero i loro assistenti. E c è già chi si ribella

Sembra che ai parlamentari italiani non basti accumulare privilegi e incassare laute indennità. C'è anche chi, all'interno della "casta", vuole fare la "cresta" e guadagnare persino sulle retribuzioni dei portaborse:  due deputati su tre non pagano regolarmente i loro assistenti.

Il dato emerge da un'intervista al portavoce del movimento Co.co.parl (i precari parlamentari) Emiliano Boschetto, pubblicata sul sito Linkiesta.it. Boschetto spiega che la legge prevede un compenso preciso per i portaborse: "La Camera dei deputati per ogni parlamentare eroga, a prescindere dall'utilizzo, circa 3.700 euro al mese - nel 2010 prima dei tagli erano 4.200 - per il cosiddetto "fondo eletto-elettore". Sono i soldi che servirebbero a pagare i collaboratori sia a Roma che sul territorio". Ma quando gli viene chiesto il numero degli onorevoli che dichiarano di avere un assistente, la risposta del portavoce del coordinamento dei precari è sorprendente: "Sono 230 su 630. Dunque 400 deputati non risultano avere un collaboratore".

Dal momento che tutti (o quasi) i parlamentari italiani hanno un assistente, di solito laureato e molto preparato, significa che quelli che non dichiarano di averne pagherebbero in nero, o con forme di contratto diverse da quelle previste per i collaboratori parlamentari. "Per entrare in Parlamento come collaboratore — spiega Boschetto a Linkiesta.it — c'è bisogno del tesserino, per il tesserino c'è bisogno del contratto. Ma non viene specificato quale tipo di contratto. Non siamo una categoria riconosciuta, il contratto più diffuso è il co.co.pro. ma ricordo che una deputata fece un contratto di operaia a una sua collaboratrice bravissima. Non era cattiveria: a conti fatti diceva che era più tutelata".

La categoria, salita ultimamente alla ribalta grazie alle dichiarazioni anti-casta su Facebook dell'ex portaborse precario "Spider Truman", sarebbe quindi doppiamente penalizzata. Da una parte perché non esiste una regolamentazione chiara delle tipologie contrattuali da applicare a chi collabora con i parlamentari. (I contratti, quando vengono stipulati, vengono di solito rinnovati di tre mesi in tre mesi). Dall'altra, come detto, perché manca una normativa che adegui Montecitorio al modello europeo e impedisca agli onorevoli che dichiarano di non avere collaboratori di incassare comunque il denaro erogato per questo fine.

Per essere in linea con l'Europa — afferma Boschetto — "i soldi dovrebbero essere erogati solo se il parlamentare realmente li utilizza - rendicontandoli - per lo scopo cui sono destinati. Insomma, questo fondo dovrebbe essere vincolato: se io voglio i soldi vado alla Camera e porto il contratto di lavoro. A questo punto, i 400 deputati che dichiarano di non avere collaboratori non potrebbero prendere questi soldi e si risparmierebbero, subito, 17 milioni di euro all'anno". Un bel risparmio, non c'è dubbio. Tant'è che, proprio davanti a questa situazione, il presidente della Camera ha previsto che nei prossimi mesi Montecitorio approverà una legge in base alla quale sarà la stessa Camera a retribuire gli assistenti dei deputati. Senza che i rimborsi passino dalle mani degli onorevoli rischiando di non arrivare mai nelle tasche dei portaborse. Tuttavia, per ora si tratta soltanto di un'intenzione.

Per gli assistenti, oltre alla questione retributiva, anche le condizioni di lavoro non sarebbero delle migliori. Secondo quanto riferisce il collaboratore parlamentare G.P. al sito Lettera43.it, gli orari lavorativi vanno dal mattino (intorno alle 8, il portaborse deve farsi trovare nell'abitazione dell'onorevole con quotidiani e brioches per la prima colazione) fino a sera inoltrata. "Prima delle 23 — rivela G.P. — a casa non si torna". In più, non esistono giorni di pausa durante la settimana (domenica compresa) e malattie e ferie non sono retribuite.

Naturale, quindi, che la categoria sia stufa di questa situazione. Alcuni hanno cominciato a ribellarsi. Sempre Lettera43.it riferisce ad esempio che l'assistente di Gabriella Carlucci (Pdl) ha fatto causa alla parlamentare ottenendo un sostanzioso risarcimento; l'addetto per le comunicazioni con la stampa di Andrea Barbato (Italia dei Valori) ha ricevuto, mediante pattegiamento per non finire davanti al giudice, una somma non divulgata ma che sembra essere corposa; Davide Romano, il portaborse di Giuseppe Lumia (Pd) ha citato in giudizio il suo "datore di lavoro" per otto anni di contributi non versati, ferie non godute e altre inadempienze: secondo le indiscrezioni, la cifra "monstre" rimborsata a Romano sarebbe di 368.000 euro.

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