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La cospirazione contro la Libia

Francesco Simoncelli
·8 minuti per la lettura

Il sole cocente del deserto passa attraverso strette lamelle nella minuscola finestra. Un topo corre sul pavimento di cemento incrinato, lo scalpiccio delle sue minuscole zampe è soffocato dal suono di voci lontane che parlano in arabo. Le loro chiacchiere sono in un dialetto libico occidentale, il quale si distingue peculiarmente rispetto al dialetto orientale parlato a Bengasi. Da qualche parte in lontananza, oltre l'orizzonte scintillante del deserto, c'è Tripoli, il gioiello dell'Africa ora ridotto ad una guerra perpetua.

Ma qui, in questa cella di un vecchio magazzino umido a Bani Walid, non ci sono contrabbandieri, stupratori, ladri o assassini. Ci sono africani catturati dai trafficanti mentre si dirigevano dalla Nigeria, dal Camerun, dal Ciad, dall'Eritrea o da altre parti disparate del continente, alla ricerca di una vita di fuga dalla guerra e dalla povertà, frutto marcio del colonialismo anglo-americano ed europeo. I marchi a fuoco sui loro volti raccontano una storia più tragica di qualsiasi cosa prodotta da Hollywood.

Questi sono schiavi: esseri umani comprati e venduti per il loro lavoro. Alcuni sono destinati ai cantieri, mentre altri ai campi. Tutti affrontano la certezza della servitù forzata, un incubo ad occhi aperti che è diventato la loro realtà quotidiana.

Questa è la Libia, la vera Libia. La Libia che è stata costruita dalle ceneri della guerra USA-NATO che ha deposto Muammar Gheddafi e il governo della Jamahiriya Araba Libica. La Libia ora si è divisa in fazioni in guerra, ciascuna sostenuta da una varietà di attori internazionali il cui interesse nel Paese è tutt'altro che umanitario.

Ma questa Libia non è stata costruita da Donald Trump. No, è stato il grande umanitario Barack Obama, insieme a Hillary Clinton, Joe Biden, Susan Rice, Samantha Power e il loro armonioso circolo pacifico di interventisti liberal a provocare questa devastazione. Con discorsi brillanti sulla libertà e l'autodeterminazione, il Primo Presidente Nero, insieme ai suoi compagni della NATO in Francia e Gran Bretagna, ha scatenato i cani da guerra su una nazione africana in precedenza considerata da gran parte del mondo come un modello di sviluppo economico e sociale.

Ma questo non è un mero esercizio giornalistico per documentare solo uno degli innumerevoli crimini compiuti in nome del popolo americano. No, questi siamo noi, la sinistra negli Stati Uniti contro la guerra, che scrutiamo attraverso le crepe della Washington imperiale – sgretolata com'è dal marciume interno e dal decadimento politico – per far brillare una luce attraverso l'oscurità chiamata Trump.

Ci sono verità che devono essere chiarite affinché non vengano seppellite come i tanti corpi sotto la sabbia del deserto.

La guerra in Libia: una cospirazione criminale

Per comprendere la profondità della criminalità coinvolta nella guerra USA-NATO contro la Libia, dobbiamo svelare una storia complessa che coinvolge tra gli attori sia gli Stati Uniti che l'Europa, i quali hanno letteralmente cospirato per provocare questa guerra, esponendo l'incostituzionale belligeranza del precedente presidente degli Stati Uniti.

Emerge un'immagine che è sorprendentemente in contrasto con la narrativa dominante sulle buone intenzioni e sui presunti dittatori. Infatti, sebbene Gheddafi sia stato presentato come il cattivo per eccellenza in questa storia raccontata dagli scriba dell'Impero, in realtà sono Barack Obama, Hillary Clinton, Joe Biden, l'ex-presidente francese Nicholas Sarkozy, il filosofo e neocoloniale francese Bernard Henri-Lévy e l'ex-primo ministro britannico David Cameron ad essere le vere forze malevole. Sono stati loro, non Gheddafi, ad intraprendere una guerra palesemente illegale con falsi pretesti e per la loro stessa esaltazione. Sono stati loro, non Gheddafi, a cospirare per far precipitare la Libia nel caos e nella guerra civile da cui deve ancora riprendersi. Sono stati loro a battere sui tamburi di guerra mentre proclamavano la pace sulla Terra.

La guerra USA-NATO alla Libia rappresenta uno degli esempi più eclatanti di aggressione militare e illegalità da parte degli Stati Uniti. Ovviamente non hanno agito da soli, poiché i francesi e gli inglesi erano desiderosi di venire coinvolti nella riaffermazione del controllo su una risorsa africana un tempo redditizia e strappata al controllo europeo da Gheddafi. E questo solo pochi anni dopo che l'ex-primo ministro britannico e criminale di guerra in Iraq, Tony Blair, si era incontrato con Gheddafi per inaugurare una nuova era di apertura e collaborazione.

La storia inizia con Bernard Henri-Lévy, filosofo e giornalista francese che si credeva una spia internazionale. Non essendo riuscito ad arrivare in tempo in Egitto per rafforzare il suo ego capitalizzando la rivolta contro l'ex-dittatore Hosni Mubarak, spostò rapidamente la sua attenzione sulla Libia, dove era in corso una rivolta anti-Gheddafi a Bengasi. Come ha raccontato Le Figaro, Henri-Lévy riuscì a partecipare ad un incontro con l'allora capo del Consiglio nazionale di transizione (TNC) Mustapha Abdeljalil, un ex-funzionario di Gheddafi che divenne capo del TNC anti-Gheddafi. Ma Henri-Lévy non era lì solo per un'intervista da pubblicare sul suo giornale, era lì per aiutare a rovesciare Gheddafi e, così facendo, diventare una star internazionale.

Henri-Lévy sollecitò rapidamente i suoi contatti e si mise al telefono con il presidente francese Nicholas Sarkozy per chiedergli, piuttosto schiettamente, se avesse accettato di incontrare Abdeljalil e la leadership del TNC. Pochi giorni dopo Henri-Lévy ed i suoi colleghi andarono ​​al Palazzo dell'Eliseo con la leadership del TNC al loro fianco. Con grande shock dei libici presenti, Sarkozy disse loro che intendeva riconoscere il TNC come governo legittimo della Libia. Henri-Lévy e Sarkozy avevano, almeno in teoria, deposto il governo di Gheddafi.

Ma il piccolo problema delle vittorie militari di Gheddafi e la possibilità concreta che potesse uscire vittorioso dal conflitto complicarono le cose, poiché l'opinione pubblica francese era venuta a conoscenza del piano e giustamente biasimava Sarkozy. Henri-Lévy, da opportunista quale è, alimentò il fervore patriottico annunciando che senza l'intervento francese, la bandiera tricolore che sventolava sugli hotel a cinque stelle di Bengasi si sarebbe macchiata di sangue. La campagna di pubbliche relazioni funzionò quando Sarkozy accarezzò l'idea di un intervento militare.

Tuttavia Henri-Lévy aveva ancora un ruolo ancora più critico da svolgere: portare il colosso militare statunitense nella cospirazione. Organizzò il primo di quelli che sarebbero stati diversi colloqui ad alto livello tra i funzionari americani dell'amministrazione Obama e i libici del TNC. Inoltre Henri-Lévy organizzò l'incontro tra Abdeljalil e il Segretario di Stato Hillary Clinton. Mentre la Clinton era scettica al momento dell'incontro, sarebbe stata una questione di mesi prima che lei e Joe Biden, insieme a artisti del calibro di Susan Rice, Samantha Power e altri, pianificassero la rotta politica, diplomatica e militare verso il cambiamento di governo in Libia.

Gli americani si buttano nella mischia

Non ci sarebbe stata nessuna guerra in Libia se non fosse stato per la macchina politica, diplomatica e militare degli Stati Uniti. Detto in modo più diretto, non ci sarebbe stata nessuna guerra se non fosse stato per la collaborazione attiva dell'amministrazione Obama con le sue controparti francesi e britanniche.

Come ha spiegato Jo Becker del NY Times nel 2016, Hillary Clinton incontrò Mahmoud Jibril, un eminente politico libico che sarebbe diventato il nuovo Primo Ministro della Libia post-Gheddafi, ed i suoi associati al fine di valutare la fazione che stava chiedendo supporto agli Stati Uniti. Il lavoro della Clinton, secondo Becker, era di "misurare i ribelli che sostenevamo", un modo elegante per dire che la Clinton partecipò alla riunione per determinare se questo gruppo di politici che parlava a nome di un gruppo eterogeneo di voci anti-Gheddafi (che andavano da attivisti a favore della democrazia a terroristi veri e propri affiliati a reti terroristiche globali) dovevano essere sostenuti con denaro USA e armi segrete.

La risposta, in definitiva, fu sì.

Ma ovviamente, come per tutte le disavventure bellicose americane, non c'era consenso sull'intervento militare. Come ha riportato Becker, alcuni nell'amministrazione Obama erano scettici sulla vittoria lampo e sul calcolo politico postbellico. Una voce prominente del dissenso, almeno secondo Becker, era l'ex-segretario alla Difesa Robert Gates. Era preoccupato che l'atteggiamento da falco della Clinton e Biden nei confronti della Libia avrebbe infine portato ad un incubo politico in stile iracheno, che senza dubbio sarebbe finito con gli Stati Uniti che avrebbero creato e poi abbandonato uno stato fallito... esattamente quello che è successo.

È importante notare che la Clinton e Biden erano due delle principali voci a favore della guerra. Entrambi hanno sostenuto sin dall'inizio la No-Fly Zone ed entrambi hanno sostenuto l'intervento militare. Infatti i due sono risultati favorevoli in quasi tutti i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, compreso il crimine di Bush contro l'umanità che chiamiamo seconda guerra in Iraq.

Come ha spiegato l'ex-lacchè della Clinton (vicedirettore del personale addetto alla pianificazione delle politiche del Segretario di Stato), Derek Chollet: "[La Libia] sembrava una pratica facile". Chollet, uno dei principali partecipanti alla cospirazione americana per fare la guerra alla Libia, che in seguito ha servito direttamente sotto Obama e presso il Con Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online