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La differenza tra i mercati e la FED

Pierluigi Gerbino
·5 minuto per la lettura

La giornata di ieri ha mostrato la tipica faccia delle sedute che attendono il “momento FED”.

Sono abbastanza frequenti, dato che la banca centrale USA si riunisce quasi ogni mese e spesso i mercati vi arrivano senza una chiara presunzione di sapere quel che verrà comunicato al termine della riunione.

In questi casi la seduta passa nell’assoluta indolenza e senza alcun movimento significativo fino all’ora cruciale del comunicato, che è sempre alle ore 14 di New York, coincidenti normalmente con le ore 20 europee. Poi si accende la volatilità, all’uscita del comunicato, con gli operatori che si affannano nell’esegesi del testo scritto, e spesso si vede un secondo rigurgito di agitazione durante la conferenza stampa del Presidente, che inizia mezz’ora dopo. Qui si decodifica il verbo del timoniere monetario americano. Se arriva qualche novità imprevista il movimento direzionale può essere anche molto significativo, estendersi fino alla fine della seduta e può ripercuotersi poi sulle sedute successive. Altrimenti l’agitazione dura poco ed il mercato riassorbe, subito o nella seduta successiva, la momentanea volatilità della “breaking news”.

Ieri perciò l’attesa ha ingabbiato i mercati nella noiosa immobilità fino alle 19 europee (il momento FED questa volta è arrivato un’ora prima sulle lancette dell’orologio europeo, poiché l’ora legale è già entrata in vigore in USA ma non in Europa). Gli indici europei hanno vissuto così tutta la seduta schiacciati tra minimo e massimo molto ravvicinati (per Eurostoxx50, l’indice delle blue chips dell’Eurozona, solo 15 punti di escursione, cioè meno dello 0,4%) ed ovvia chiusura finale assai simile a quella del giorno prima (-0,03% per Eurostoxx50).

Wall Street ha pensato bene di prendere in avvio di seduta qualche presa di beneficio, dato che veniva da una salita di oltre +6% nelle precedenti 8 sedute ed aveva migliorato il massimo storico 3 volte nelle ultime 4. La perdita è così arrivata  quasi -0,7% sull’indice SP500, intorno alle 16. Ma poi il resto dell’attesa è passato pur sempre in calo, ma entro il mezzo punto percentuale.

Alle ore 19 ecco proiezioni e comunicato. Era decisamente scontato che la politica monetaria non sarebbe mutata, dato che la FED è solita sussurrare sempre in anticipo i cambiamenti per evitare che i mercati sobbalzino troppo. Ma l’interesse del mercato era rivolto alle proiezioni di crescita e di inflazione. Per farlo capire l’obbligazionario, in attesa del momento FED, ha portato il rendimento del decennale USA fino a sfiorare 1,69%, livello più alto dal 22 gennaio dello scorso anno (prima della pandemia!). Era evidente la preoccupazione per l’inflazione che il mercato stava incorporando nel rendimento della parte più lunga della curva.

Ma la FED si è mostrata di tutt’altro avviso ed assai più ottimista del mercato.

Ha ampiamente recepito che la fine del virus, data per certa da tutti in America, estenderà parecchio la crescita economica. Le proiezioni passano, da una previsione del +4,2% di crescita del PIL USA nel 2021 fatta a dicembre, ad una assai più generosa del +6,5%. Viene concesso anche un rialzo dell’inflazione, che quest’anno andrà al 2,4% rispetto al 1,8% previsto a dicembre. A prima vista la FED sembrerebbe voler dar ragione ai timori del mercato. Invece no, perché, come già nei mesi scorsi, la FED si ostina a considerare questo aumento una fiammata passeggera, destinata a riassorbirsi in fretta e a rientrare intorno al 2%, che è l’obiettivo FED, negli anni successivi.

Come sia possibile che la grande immissione di bonus fiscali e le condizioni espansive del credito che la FED vuole ancora garantire a lungo, la ripresa delle attività sociali e di massa, la ritrovata possibilità di spendere quel che si è accantonato durante i lockdown, possano produrre solo una fiammata passeggera di incremento dei prezzi, né il comunicato, né le parole di Powell in conferenza stampa ce lo hanno spiegato. Powell si è limitato a dire “questi aumenti una tantum dei prezzi avranno verosimilmente solo effetti transitori sull’inflazione”. La chiave sta tutta lì, nell’avverbio “verosimilmente”. Per Powell è verosimile che l’inflazione ci faccia una visitina, un salutino e poi se ne vada. Per i mercati invece è verosimile che torni per restarci, specialmente se la FED continuerà ad ignorare le pressioni al rialzo dei prezzi. Il mercato ricorda gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando la spirale inflazionistica, sottovalutata dalle autorità monetarie del tempo, strangolò le economie e rimase strutturalmente tra noi per parecchi anni. Powell se lo è dimenticato, oppure pensa che la struttura produttiva sia così capace di adeguare in fretta l’offerta alla domanda ed abbia la capacità di sviluppare aumenti di produttività di tale portata da assorbire anche le pulsioni inflazionistiche più spinte, come quelle generate da un aumento del deficit USA che nel biennio 2020-2021 sarà di circa il 25% del PIL.

La differenza è tutta qui e lo show di Powell ieri non ha chiarito come la FED pensa di fronteggiare l’imprevisto di un’inflazione che potrebbe scappare di mano. O meglio, lo ha chiarito dicendo che non è “verosimile”. Il che significa che la FED non farà nulla e lo sottovaluterà, rincorrendolo poi in ritardo e con affanno. E’ un film che abbiamo già visto lo scorso anno col Coronavirus, con i governi occidentali protagonisti principali.

Perciò i mercati obbligazionari, a caldo, hanno ridimensionato leggermente i rendimenti, specialmente sulla parte corta della curva, ma meno su quella lunga, mentre quelli azionari sono tornati lievemente in positivo. Hanno preso atto che la FED non è preoccupata.

Ma a mente fredda, oggi o nei prossimi giorni, non mi stupirei se l’insoddisfazione per le mancate risposte della FED facesse perdere anche più di quel che ieri è stato recuperato a caldo.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online