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La Lega fa la giostrina anche sulla manovra

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29/09/2021 Roma, conferenza stampa del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Ministro dell'Economia Daniele Franco su i dettagli della Nadef e alcune misure che potrebbero rientrare nella prossima Legge di Bilancio (Photo: Livio AnticoliAnticoli Pool / AGF)
29/09/2021 Roma, conferenza stampa del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Ministro dell'Economia Daniele Franco su i dettagli della Nadef e alcune misure che potrebbero rientrare nella prossima Legge di Bilancio (Photo: Livio AnticoliAnticoli Pool / AGF)

Quando Mario Draghi sta per chiudere la riunione del Consiglio dei ministri a palazzo Chigi sulla manovra dopo oltre due ore, dalle sedie occupate dai leghisti arriva una richiesta: diamo il via libera, ma vogliamo mettere a verbale una “riserva politica” sul superamento di quota 100. Il premier annuisce e il Documento programmatico di bilancio ottiene il via libera. All’unanimità, votano sì anche i tre ministri del Carroccio Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia e Erika Stefani. Non passa neppure un’ora e Matteo Salvini ci mette il cappello: “Sulle pensioni ci sono diverse ipotesi in ballo”, insomma nulla è deciso e comunque “escludo qualsiasi ritorno alla Fornero”. Sono parole che provano ad arginare la grande sconfitta maturata proprio sulla misura bandiera, tra l’altro nello stesso giorno in cui i 5 stelle incassano un miliardo in più sulla loro di bandiera: il reddito di cittadinanza. Dietro alle dichiarazioni precipitose di Salvini ci sono i numeri della manovra e questi numeri dicono che una decisione sul post quota 100 è stata presa. L’ha presa il premier ed è una scelta che cestina non solo la struttura e lo spirito della misura bandiera, ma anche le soluzioni immaginate dalla Lega per i prossimi anni.

Il dettaglio delle misure che non convincono la Lega - quota 102 per l’anno prossimo e quota 104 nel 2023 - non è contenuto nel Documento programmatico di bilancio, ma non è questo il veicolo preposto a questo compito. Nel testo, invece, c’è scritto che per le pensioni ci sarà circa 1 miliardo e l’importo è riconducibile solo a interventi light, con platee limitate, non a riforme faraoniche come la quota 41 caldeggiata dal Carroccio. Tra l’altro l’utilizzo di questi soldi è stato anticipato qualche ora prima dal ministro Daniele Franco durante la cabina di regia: oltre quota 102 e 104, ci saranno anche il rafforzamento dell’Ape sociale, voluta dal governo Gentiloni con la manovra del 2017, e un adeguamento delle pensioni all’inflazione. Sono tutti interventi che costano poco e che soprattutto servono a evitare l’effetto dello scalone che si determinerà a gennaio, quando chi non potrà andare in pensione prima con quota 100 si ritroverà nel guado perché non avrà i requisiti previsti dalla riforma Fornero (67 anni di età e almeno 20 di contributi) e quindi non potrà accedere alla pensione di vecchiaia. Ma sono misure che, come spiega palazzo Chigi, servono ad “assicurare un graduale ed equilibrato passaggio verso il regime ordinario”. “Graduale”, senza il finestrone tipo quota 100. “Equilibrato”, senza spendere uno sproposito, come è stato fatto proprio con la misura voluta dalla Lega, costata fino ad ora 18,8 miliardi.

A parte il fatto che quota 100 era già una parentesi limitata all’interno del regime ordinario, cioè la riforma Fornero. A maggior ragione la finestra dell’uscita anticipata si restringe dato che a quota 102 potranno accedere al massimo 50mila lavoratori in due anni, mentre a quota 100 hanno aderito 340mila lavoratori. Quota 104, che permetterà di uscire in anticipo dal mondo del lavoro con 66 anni di età e 38 anni di contributi, può tirare dentro ancora meno lavoratori rispetto a quota 102. Fuori dai numeri: la finestra di flessibilità di quota 100 viene rimpicciolita ed è funzionale solo ad evitare un disagio ai pensionati che sono lontani dai requisiti della Fornero. Una finestra piccola su una casa che è quella della riforma del 2011: Draghi ne ripristina il senso e l’architettura, anche se con piccoli correttivi, con la convinzione che le pensioni restano un tema caldo con Bruxelles, seppure non a rischio di conflitto come ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi. La Lega perde definitivamente la sua bandiera e anche un tema che si proietta su un elettorato mutevole, accarezzato tradizionalmente dalla sinistra, ma poi anche dalla destra berlusconiana e infine proprio dal Carroccio.

All’indomani dei ballottaggi disastrosi, la sconfitta fa ancora più male alla Lega perché i 5 stelle possono festeggiare. Al reddito di cittadinanza andranno il prossimo anno 8,8 miliardi, circa un miliardo in più rispetto ai soldi già contabilizzati nelle previsioni di spesa. Non è però una concessione tout court di Draghi ai grillini. Da una parte prevale la necessità di tenere il livello del finanziamento su quello di quest’anno, con la spesa lievitata rispetto agli anni pre-pandemia: 3,8 miliardi nel 2019 (anche se la misura entrò in vigore ad aprile), 7,1 miliardi nel 2020, 8,6 miliardi quest’anno. Con un livello della povertà schizzato a livelli record e il Paese ancora in ripresa dalla pandemia, il premier da tempo pensa che non è il caso di invertire il trend di una misura che ha un forte impatto sociale. Ma arriveranno anche i correttivi: controlli più severi contro i furbetti e un taglio all’assegno che scatterà dopo il rifiuto della seconda offerta di lavoro. L’ambizione è quella di far funzionare le politiche attive e rendere il reddito di cittadinanza un passaggio verso un nuovo lavoro per chi non ce l’ha, traguardo che anche i grillini riconoscono di aver fallito. Insomma le modifiche avranno un peso politico limitato sul Movimento.

Fuori dalla logica del partito che perde e del partito che vince, all’interno del rimodellamento della manovra sovranista del 2018, con dentro il Rdc e quota 100, c’è il taglio di Draghi. Finalmente la concretizzazione dello spartiacque tra debito buono e debito cattivo. I 23 miliardi della manovra andranno a tagliare la tasse del ceto medio, serviranno a dare un ammortizzatore sociale ai lavoratori più fragili, alla sanità, alla scuola e alla ricerca, ancora al trasporto pubblico locale. Soprattutto agli investimenti, pubblici e privati. E con un sottotitolo, che è anzi un secondo titolo: il premier può dire di aver tenuto insieme la maggioranza sulla prima battuta della legge di bilancio. Al netto del dissenso della Lega, che però non si è consumato in uno strappo, tutti dicono “I love you” al premier, dal Pd a Forza Italia. E intanto il premier taglia le tasse, sogno ventennale del centrodestra, dà una protezione sociale ai lavoratori, ambizione storica del Pd, contrasta la povertà senza la presunzione di cancellarla, rendendo meno patetico il balconcino di palazzo Chigi da cui si affacciò Luigi Di Maio per festeggiare l’abolizione della povertà. Questa volta a palazzo Chigi non si è tenuta neppure la conferenza stampa del premier.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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