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La lettera di Bruce Springsteen alla musica

Di Enrica Caretta
·5 minuto per la lettura
Photo credit: Foto by Danny Clinch / Columbia Records
Photo credit: Foto by Danny Clinch / Columbia Records

From Esquire

Forse sta tutto lì il nuovo mood del Boss. In quelle due rughe tra le sopracciglia che compaiono a intermittenza mentre racconta l’album appena uscito e la sua musica, la sua vita intera, le nuove e le vecchie cose che gli si agitano dentro. Due piccoli solchi che gli guizzano sulla fronte come a sottolineare il peso delle parole, o come a prendersi una pausa da quell’energia che siamo abituati a vedergli sul palco e che ancora c’è, ma vissuta ora con in più la ponderatezza degli anni.

Sono le cinque di pomeriggio di un ordinario pomeriggio di pandemia, Bruce Springsteen è tornato e ci guarda da una finestra su Zoom, per presentare l’ultima perla, Letter to You, «a blessing at this point of my life», una benedizione nella sua vita di artista, dopo sette anni che non lavorava più con la band. La sua mitica E Street Band il cui ultimo tour, quello di The River, risale al 2016, e che per l’occasione è tornata a riunirsi nello studio di registrazione del Boss, a Monmouth, nel New Jersey: il vecchio fienile del suo ranch diventato cattedrale della musica, «a natural beauty», come lo chiama lui, trasformato in strumento a sua volta.

Photo credit: Lynn Goldsmith - Getty Images
Photo credit: Lynn Goldsmith - Getty Images

È da lì che si collega Springsteen, come tutti obbligato a fermarsi (il tour dei concerti avrebbe dovuto partire, pare, proprio da qui, dallo stadio di Milano, San Siro), e come tutti costretto a ripetuti salotti online. Ci osserva virtualmente e con bonomia racconta di sé, un tranquillo signore in T-shirt che ora senza drammi si è lasciato ingrigire i capelli ma che ancora vive abbracciato alla giovinezza della musica, il più potente antiossidante che gli si potesse offrire. È in suo onore infatti che Letter to You ha preso forma. Un lavoro dove la musica celebra la musica, un massaggio per l’anima e il riepilogo di tanto altro, sogni, speranze, frustrazioni.

«Dentro ci ho messo quello che ho imparato dai 17 ai 70 anni», spiega Springsteen. «Da parecchio non scrivevo più per la Band. Anche se l’hai fatto mille volte poi ti chiedi, ma riuscirò ancora? Non sai mai se quella certa ispirazione arriverà di nuovo oppure mai più. Poi sono andato a visitare un amico malato. Lui e io eravamo gli ultimi superstiti dei Castiles, il primissimo gruppo di noi ragazzi a Freehold, nel New Jersey, la mia città natale. Pochi giorni dopo lui è morto, e così sono rimasto io l’ultimo. Allora ho incominciato a pensare, a me, a tutto, al senso della perdita, alla gioia di fare parte di un gruppo di amici che suona insieme per 45 anni, al sentimento di fratellanza che solo un mestiere fatto così può darti. È stata una grande ispirazione e in dieci giorni avevo tutte le canzoni pronte».

Poi, aggiunge, chiamata a raccolta la Band, ce ne sono voluti solo altri cinque per registrare. «Facevamo due canzoni al giorno, tre ore ciascuna. Nessun demo. Come fosse un live in studio. Una grande emozione e una delle mie esperienze più riuscite».

Photo credit: Brooks Kraft - Getty Images
Photo credit: Brooks Kraft - Getty Images

Dice molte cose il Boss, e le più importanti a occhi chiusi. Racconta di questa sua “lettera al mondo”, come l’ha definita in un’intervista, e mentre parla non vede, non guarda. Le palpebre abbassate, le due rughe a contrarre la fronte, si fruga dentro nell’immensità del suo barn con le chitarre appese, nella solitudine perfetta di un’intervista online che a tratti assomiglia molto a uno strano confessionale. «Ognuno ha qualcosa di rotto, fisicamente, emotivamente. Non trovi mai te stesso, e più ricevi, più alto è il prezzo».

L’aveva già detto, all’uscita di Western Stars, l’album del 2019 con le ballate e il pop orchestrale in cui aveva dato grandioso sfogo alla sua vena intimista. Ma adesso il tono si è fatto più ruvido. Ha richiamato i ragazzi della band per onorare anche quelli che se ne sono andati per sempre, Clarence Clemons e Danny Federici, e attraverso la musica ritesse le fila di una storia comune. Lo dice in Ghost, una delle 12 canzoni: “Io imbraccio la tua Les Paul e tocco le corde/Faccio le mie preghiere a quelli che sono venuti prima/Alzo il volume e lascio che gli spiriti siano la mia guida”.

L’eterno Bruce non si arrende ma rimugina, rimastica i chilometri, l’asfalto, la strada consumata imbracciando la chitarra, imbevuto della forza e del candore della sua gioventù d’annata. C’è anche quella nell’album, in un certo modo più potente di sempre in tre brani, Song to Orphans, Janey Needs a Shooter e If I Was the Priest, scritti nel biennio 1972–73 e rimasti da parte insieme, assicura, a molti altri ancora.

«Così mi sono rimesso in contatto con quello di allora», commenta. «In realtà adesso noi siamo arrivati al nostro massimo, io mi sento più vitale che mai e la band non potrebbe dare di più. Con questi tre inediti è stato come tornare dentro la mia testa di ventenne, però con i muscoli, la forza e la mente che ci siamo costruiti negli anni». Parla sommessamente e lo ripete ancora, come una verità imprescindibile, che a un certo momento la parte più bella della vita è quella che ti lasciano i morti. A parte il suo rock, diremmo noi, la sua chitarra, il suo sound, vibranti sempre, come le dure, intense verità di questa missiva scritta “with ink and blood”.