La liberalizzazione arriva alla pompa di benzina

Maggiore autonomia per i gestori

Liberalizzare i servizi, liberalizzarli tutti. Il tema è caldo e nessun settore sembra poter resistere all’onda d’urto di un cambiamento che in Italia è spesso osteggiato a furor protezionistico di singola categoria. Secondo indiscrezioni, la bozza del Decreto sulle liberalizzazioni, che dovrebbe essere discussa venerdì, riguarderà anche benzina e gestori. L’obiettivo è cambiare almeno in parte le regole di un mercato complesso dove tutti gli attori della partita cercano il proprio tornaconto.

I primi a essere coinvolti dall’intervento del governo sarebbero i gestori di distributori e stazioni di servizio al dettaglio che godrebbero di una maggiore libertà. Il gestore è proprietario solo per un terzo dei punti vendita, la restante parte spetta alle compagnie petrolifere. Ma, se è vero che il margine che il distributore può fare sul prezzo della benzina al litro non è molto alto, circa 3-5 centesimi, è evidente che il prezzo non sarà il piatto forte della liberalizzazione. Ridurre il prezzo di uno o due centesimi azzererebbe il guadagno. La liberalizzazione, che secondo le stime dell'Osservatorio Cermes-Bocconi dovrebbe avere un valore di 530-540 milioni di euro all'anno, potrebbe investire di più e meglio l’aspetto gestionale, estendendo gli orari di apertura dei punti vendita anche alla domenica e prevedendo self service completamente automatizzati.

I gestori potrebbero allargare il raggio dell’offerta di prodotti “non oil” e vendere più snack, bibite ed eventualmente tabacchi. Altro discorso sarebbe invece la possibilità di aprire invece impianti multimarca. Le compagnie petrolifere attualmente monopolizzano gli impianti con clausole di esclusività, eppure nulla vieta che il rivenditore debba vendere una sola marca. Nei nuovi contratti, eventuali clausole che prevedano forme di esclusiva nell’approvvigionamento sarebbero considerate nulle. Per i contratti ancora in essere, il gestore ha libertà di approvvigionamento presso qualsiasi produttore o rivenditore nella misura del cinquanta per cento di quanto erogato nel precedente anno dal singolo punto vendita.

Le parti però potrebbero rinegoziare le condizioni economiche e l’uso del marchio. Chi gestisce l’impianto, ma non lo possiede, potrebbe rifornirsi liberamente da qualsiasi produttore o rivenditore per una percentuale non inferiore al venti per cento del proprio fabbisogno o di quanto erogato nel precedente anno dal singolo punto vendita. E le modalità contrattuali potrebbero prevedere forme diverse dal comodato d’uso.

Per il cliente, la differenziazione dell’offerta rappresenterebbe un vantaggio non da poco in termini di prezzo e scelta, e di fatto indurrebbe le compagnie a orientarsi verso politiche più competitive in tal senso. Ancora meglio sarebbe permettere al gestore di decidere quale marca vendere e in che giorno ma tale soluzione è stata già bocciata dall’Unione Petrolifera.

Tra gli interventi sulla struttura del settore, figurerebbe anche la prospettiva della cessione degli impianti. Un terzo di quelli posseduti direttamente dalle grandi compagnie petrolifere potrebbe essere riscattato dai gestori o ceduto a “qualsiasi altro soggetto imprenditoriale” a fronte di un indennizzo che tenga conto di investimenti, ammortamenti, avviamento e fatturato. Le compagnie stesse deciderebbero quali singoli impianti mettere in vendita e, in caso di disaccordo sull'ammontare dell'indennizzo, la decisione sarebbe spettata all'Autorità per l'energia. Ma il governo per ora smentisce e anche le indicazioni dell’Antitrust non sembrano avallare quest’indiscrezione della bozza.

L’esecutivo punta, con questa serie di interventi, a far abbassare il prezzo del carburante al litro. Un obiettivo alquanto ambizioso visto che l’ambito su cui è possibile intervenire senza ritoccare Iva e accise (che pesano sul prezzo del carburante per circa il 60%) è solo quello della distribuzione (intorno ai 13 centesimi al litro), a cui vanno sommati i 4-5 centesimi di margine lordo del gestore.