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La linea dura di Londra con i richiedenti asilo del Ruanda

GLYN KIRK / AFP

AGI - Il Regno Unito non demorde. Il piano di “spostamento” dei richiedenti asilo in Ruanda prosegue. O almeno questa è l'intenzione della ministra dell'Interno di Londra, Priti Patel, che si dice “amareggiata e sorpresa” per la decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) di bloccare, meglio, impedire il decollo, di un aereo con a bordo sette richiedenti asilo diretto a Kigali, capitale del Ruanda.

La Cedu di Strasburgo non è un organismo dell'Unione europea, ma del Consiglio d'Europa che conta ancora il Regno Unito come membro. Dunque Londra è tenuta a rispettare le sue decisioni. Patel alla Bbc aveva detto, dopo questa decisione, che i “preparativi per il prossimo volo iniziano ora”. Londra, dunque, andrà avanti nonostante le critiche che sono arrivate dalle Nazioni Unite e dagli attivisti inglesi e dalla Chiesa Anglicana.

Andrà avanti come? Non è dato saperlo. Di certo ora la Gran Bretagna deve attenersi al diritto internazionale e alle decisioni dei tribunali internazionali. Il governo ruandese, invece, si è detto “non scoraggiato” dalla mancata partenza del primo volo e resta “impegnato” nell'accordo con il Regno Unito.

Il Ruanda non è nuovo a questo tipo di “accoglienza”, che in molti chiamano “deportazione”. Ma tantè, che dal 2019 sono quasi 1100 i migranti accolti nell'ambito di un programma di accoglienza per i rifugiati provenienti dalla Libia, la maggior parte di loro detenuti in campi inumani. Ora aspetta quelli in arrivo dal Regno Unito.

Non si possono, tuttavia, paragonare le condizioni di vita dei migranti sul suolo inglese rispetto a quelle di coloro che provengono dai centri di detenzione libici. Il governo ruandese ha assicurato di essere “pronto a offrire loro sicurezza e opportunità” sul suo suolo. Al Gashora Transit Center, a una sessantina di chilometri da Kigali, sono ospitati circa 400 migranti, che vivono in case di mattoni, con a disposizione una mensa, campi da basket e pallavolo, un circuito di formazione alla guida e laboratori di tessitura e parrucchiere.

Nessuno di loro, come testimonia un cronista della France Presse, ha intenzione di stabilirsi in questo piccolo stato dell'Africa orientale. Tutti vogliono perseguire il loro sogno, quello che li ha spinti a lasciare il loro paese per cercare fortuna a nord del Mediterraneo o in Canada, ma non in Ruanda.

“Nel campo ho la libertà di fare quello che voglio, è molto meglio che in Libia. Ma l'elaborazione delle domande di asilo è molto lenta, i tempi sono molto lunghi”, spiega Ismail Hmdan Banaga, sudanese, orami da un anno nel campo vicino a Kigali. Un anno che giudica “frustane e infruttuoso”.

Sta aspettando che la sua domanda di asilo in Canada venga presa in considerazione. Banaga, visto i tempi così dilatati, sta pensando di tornare in Libia e da lì tentare nuovamente la fortuna. “Ho fatto diverse interviste per andare in Canada, ma non ho avuto risposta. Di sicuro c'è che non tornerò in Sudan e nemmeno resterò in questo paese, meglio riprovare ad attraversare il Mediterraneo”. Come Ismail ce ne sono altri di sudanesi delusi e dispiaciuti di “essere venuti in Ruanda” e di sentirsi “umiliati”. Tutti aspettano da almeno un anno una risposta alla loro domanda di asilo.

Per alcuni, invece, il sogno si è avverato. La domanda di asilo di Zemen Fesaha, 26 anni eritreo, è stata accolta qualche mese fa e lascerà il Ruanda con destinazione Canada. La sua disavventura ha avuto un lieto fine, anche perché ha tentato più volte di attraversare il Mediterraneo, pagando in totale quasi 20mila dollari ai trafficanti: “Un giorno la barca si è ribaltata e molti sono annegati. Ho nuotato per ore con altri sopravvissuti fino a riva e siamo stati arrestati. I libici ci hanno messo in prigione e siamo rimasti lì per mesi finché il Ruanda non è venuto in nostro soccorso”.

Dall'inizio del programma, più di 600 rifugiati sono stati reinsediati in Canada, Finlandia, Francia o Svezia. Nessuno di loro ha chiesto la residenza permanente in Ruanda, secondo quanto riferiscono l'Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite e le autorità locali. Tutti sono andati in Ruanda non per rimanere, ma per partire verso la terra dei loro sogni, che, visti i numeri, non è il paese che ora li accoglie.

Il Ruanda viene visto come un paese povero, con i suoi problemi. Tutti o quasi hanno lasciato paesi come il Sudan o l'Eritrea e non hanno nessuna intenzione di reinsediarsi in Ruanda. Le aspirazioni sono ben altre e lo dimostra il fatto che tutti hanno fatto richiesta di asilo in paesi europei o occidentali e nessuno nel piccolo stato dell'Africa orientale.

L'obiettivo di Londra, con il trasferimento a Kigali dei richiedenti asilo, è quello di scoraggiare altri migranti irregolari dall'attraversare la Manica. Ma c'è da chiedersi se Downing Street conosce i drammi, i pericoli che hanno dovuto superare centinaia di migliaia di persone, molte delle quali hanno visto in faccia la morte, che sono riuscite ad attraversarla la Manica o questo programma è frutto della guerra in Ucraina?

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