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La lista del Cda è una buona idea?

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Anche in Italia si diffonde la prassi di consentire al Cda uscente di proporre ai soci una lista di candidati per il rinnovo. E un disegno di legge cerca di dettare norme sulla questione, finora lasciata all’autonomia degli statuti delle società.

La lista del cda

Recitava un detto di saggezza popolare: “tanto tuonò che piovve”. Dopo che, il 27 settembre 2021, il consiglio di amministrazione di Assicurazioni Generali, a maggioranza, ha votato per avviare una procedura interna per presentare una propria lista di candidati all’assemblea che rinnoverà il board la prossima primavera, tanto si è parlato nel dibattito economico-giuridico del “problema” della lista del consiglio di amministrazione. Alcuni soci della compagnia assicurativa hanno chiesto un parere sul punto a Consob, che per il momento si è limitata a pubblicare – il 2 dicembre 2021 – un documento di consultazione con scadenza 17 dicembre 2021. Nel mentre, si muove la politica.

Ma andiamo con ordine.

Il voto di lista per l’elezione degli organi sociali, in Italia è obbligatorio per tutte le società quotate. La disciplina si trova nel Testo unico della finanza (art. 147-ter e seguenti). La finalità è facilitare la presenza di rappresentanti dei soci di minoranza nel Cda, prevedendo l’obbligo che almeno un membro sia tratto dalla lista di candidati giunta seconda alla votazione in assemblea. Vi sono poi regole precise per i soci in tema di termini di deposito delle liste e soglie di possesso azionario necessario per maturare il diritto alla presentazione della lista.

La legge, però, nulla dice sulla possibilità per il Cda di presentare in assemblea una lista di candidati per succedere a sé stesso. Un cenno in senso positivo esiste nell’ultima versione del codice di corporate governance di Borsa Italiana, la “soft law” più autorevole per le società quotate italiane. In generale, l’ammissibilità di questa facoltà è ormai assodata, a tal punto che oggi sono circa quarantacinque le società quotate i cui statuti consentono al Cda uscente di presentare una propria lista (e circa quindici si sono avvalse della possibilità).

L’esigenza della lista del Cda nasce dall’esperienza americana. Lì, infatti, le compagini azionarie sono frammentate e proliferano le public companies, con soci difficilmente organizzabili e conseguente attribuzione del ruolo “chiave” nelle assemblee di rinnovo degli organi sociali direttamente al board uscente (o anche solo al Ceo).

I rischi

Quali i principali rischi di questa prassi, ancora acerba in Italia seppur in espansione? Nel dibattito scientifico se ne intravedono almeno tre.

Primo: la sorte della lista del Cda che giungesse seconda per numero di voti in assemblea, davanti a una terza lista presentata dalla minoranza e dietro la lista del socio di controllo. Salvo diversa disciplina dello statuto, l’effetto sarebbe quello di estromettere i candidati della lista dei soci di minoranza, giunta terza, dall’organo consiliare. Formalmente, infatti, la lista del Cda seconda per numero di voti, sarebbe quella “di minoranza” da cui trarre almeno un membro.

Secondo (corollario del primo): il difficile scrutinio sull’esistenza di un rapporto di collegamento di cui all’art. 144-quinquies del regolamento emittenti tra la lista del socio di controllo e quella del Cda. In termini generali, la definizione di “collegamento” – criterio che assume rilevanza per discernere le liste di minoranza vere da quelle più “pilotate” – sembra inadeguata per comprendere a fondo se la lista del Cda esprima i desideri dei soci forti o sia del tutto indipendente.

Terzo: il possibile problema dell’autoreferenzialità dell’organo amministrativo, che proponendo la lista dei suoi successori si perpetua potenzialmente senza fine, ove riesca a sfruttare la poca organizzazione dei soci (o la dispersione delle loro azioni), con il rischio di aggravare un rapporto di estrema tensione tra azionisti e gestori.

A ciò si aggiungono altri profili problematici richiamati da Consob nel suo documento di consultazione. Per esempio, la corretta informazione e trasparenza verso il mercato sul processo di selezione, in Cda, dei candidati della lista.

Il disegno di legge

E la politica? È notizia del 27 ottobre 2021 la presentazione in Senato del disegno di legge di iniziativa parlamentare S. 2433, la cui discussione in Commissione non è stata ancora messa in calendario. Il testo è sintetico, non sempre puntuale, probabilmente poco flessibile nelle sue soluzioni.

Si ipotizza una presunzione di collegamento tra i soci di controllo e il Cda: la conseguenza è che se la lista del Cda giunge seconda per numero di voti “è esclusa dal riparto dei componenti da eleggere”. Risposta che lascia aperta una domanda: se nessuno ha presentato una terza lista, perché lasciare tutto il consiglio di amministrazione all’appannaggio dei soli soci di controllo? In altri termini, si tratta di una presunzione troppo rigida. Meglio sarebbe demandare alla regolamentazione di Consob un ampliamento sul tema (oggi manca perché il caso di lista presentata dal Cda uscente non è contemplata nel Testo unico della finanza). Per esempio, si potrebbero prevedere nuovi criteri di collegamento, tra cui la presenza di un esponente di un gruppo aziendale di un socio tra i candidati della lista del Cda.

Il rischio di autoreferenzialità è affrontato in due modi, che, a prima vista, presentano un rischio di irragionevole disparità di trattamento tra persone candidate allo stesso organo. Un limite di mandati per i candidati nella lista del Cda (sei anni, quindi due esercizi), inesistente per i candidati nelle liste dei soci. Inoltre, il voto individuale dell’assemblea su ogni singolo candidato della lista del Cda. Al voto sulla lista, insomma, ne seguirebbe uno per ciascun candidato, in modo da rendere più diretta l’investitura assembleare verso tutti i singoli candidati, ove provengano dalla lista del Cda, abbandonando in questo caso la logica del “pacchetto” di candidati. Con un problema di sistema: il Ddl prevede che se i candidati nel voto singolo sono bocciati e dunque “il numero di coloro i quali risulti confermato sia inferiore a quello degli amministratori da eleggere”, allora “i restanti amministratori sono eletti con delibera assunta dall’assemblea a maggioranza di legge”. Così, si crea un’eccezione al voto di lista in sede di integrale rinnovo del Cda, che si presta a strumentalizzazioni, a possibili frustrazioni delle aspettative delle minoranze e soprattutto crea un criterio residuale meno regolato e più opaco rispetto al voto di lista.

Difficile comprendere le proposte di modifica in tema di parti correlate. Il disegno di legge abbassa in maniera secca e rigida la soglia, proponendo che quando vi è una lista del Cda, si debbano considerare parti correlate “i soci titolari di partecipazioni pari o superiori allo 0,50 per cento del capitale”. A dir la verità, sembra soprattutto una misura disincentivante la proposizione di liste da parte del Cda. Amplia infatti in modo significativo la platea delle parti correlate e impone un surplus di obblighi procedurali e di trasparenza verso il mercato (quelli del regolamento Consob sulle operazioni con parti correlate) per il solo fatto di aver consentito la proposizione di una lista da parte del Cda. Quasi una sanzione preventiva o, quanto meno, un avvertimento.

Nonostante l’attenzione di parte della stampa, per la correlazione con il caso di Assicurazioni Generali, il Ddl giace ora in Senato “silente”. È positiva l’intenzione di mettere a fuoco un segmento della vita delle società quotate ancore non lambito dalla legge, per eliminare alcuni dubbi. A questo punto, quanto meno occorrerebbe valutare gli esiti del documento di consultazione di Consob, e, da lì, proseguire il dibattito.

Di Martino Liva

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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