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La lotta dei migranti per restare a vivere negli ex bagni pubblici di Milano

@Manuela D'Alessandro

AGI - “Ho 38 anni, sono gambiano, ho un contratto a tempo indeterminato come magazziniere. Se mi mandano via da qui, finirò a dormire in strada”.

Tamba è uno dei venticinque migranti che vivono negli ex bagni pubblici fascisti, poi fabbrica di bottoni, poi scuola per carrozzieri, infine abbandonata nel 1999, che ora il Comune di Milano ha messo a bando come luogo di culto con base d'asta 450mila euro. Lunedì 30 maggio scadono i termini per presentare le offerte e gli abitanti annunciano un presidio davanti a Palazzo Marino per chiedere una soluzione.

"Siamo come una famiglia"

Sono quasi le otto di sera, la luce dell'estate è ancora piena in via Esterle.

Tamba ha finito da poco di lavorare, si è fatto una doccia in uno dei due bagni di questo edificio ampio 1500 metri quadri  alla periferia nord est della città, basso e di chiaro stile fascista, coi pilastri di cemento. Davanti all'ingresso è in corso un'assemblea, chi seduto su una sedia, chi sulle scale, chi in piedi.

“Sono tutti uomini, tranne la moglie di un ragazzo – spiega all'AGI Sara del collettivo ‘Ci siamo' che appoggia la protesta e aiuta queste persone -. Sono rider, agricoltori, operai, muratori, addetti alle pulizie. Vengono dal Brasile, dalla Bulgaria, dalla Costa d'Avorio, dal Gambia, dal Mali, dalla Guinea, dal Marocco, dal Perù. La capienza massima che hanno deciso è di 40 persone, alcuni si sistemano e se ne vanno. Persone che mandano avanti Milano ma che faticano a trovare un alloggio per i costi alti, per i contratti di lavoro precari, perché sono in attesa del rinnovo dei permessi di soggiorno o attendono la risposta a una domanda di asilo. C'è anche chi è regolare ma non trova lo stesso un posto dove dormire”.

Dice Tamba: “Lavoro da 4 anni nello stesso posto, non ho commesso nessun reato ma sto ancora aspettando il rinnovo del permesso. Quando noi africani prendiamo appuntamento per l'affitto, ci vedono e cambiano idea. La casa non c'è più. Qui stiamo bene, siamo come una famiglia, cuciniamo insieme. Nelle camere stiamo al massimo in quattro. Ora è un grande casino: come farò a lavorare, dormire in strada e poi il giorno dopo riandare a lavorare senza nemmeno una doccia?”.

"Non vogliamo lo scontro tra diritto alla casa e diritto di culto"

“Non è solo la nostra casa – hanno spiegato in un volantino, in italiano e arabo -. E' il luogo dove preghiamo, parliamo dei nostri Paesi d'origine, delle guerre, delle carestie, delle crisi economiche che ci hanno spinto a partire. A Milano ci sono tanti edifici liberi e il Comune potrebbe metterne un altro a disposizione”.

In grassetto, hanno scritto: “No allo scontro tra il diritto alla casa e  il diritto di culto”. Yousef, marocchino, 58 anni, da 34 in Italia, è il veterano: “So fare un po' tutti i lavoretti, da idraulico, da imbianchino. Ho dipinto le pareti di rosa assieme a un ragazzo di ‘Ci Siamo'. Vorrei che il Comune facesse uno strappo alla regola. Qui c'è gente che si suda la pagnotta, non delinque”.

L'edificio, osserva Sara, “è in uno stato dignitoso, lo hanno sistemato loro mettendo a posto i bagni e le docce, rendendolo vivibile.  Lo puliscono, lo curano, si aiutano gli uni con gli altri”. “Sono tutti vaccinati – aggiunge Rodolfo di ‘Ci Siamo' -. Durante la pandemia se la sono cavata, con le dovute cautele”.

L'assemblea procede, i toni sono moderati. L'intenzione non è quella di andare allo ‘scontro' con nessuno, né col Comune né con le comunità religiose, diverse, che hanno presentato l'offerta in uno dei quartieri più multietnici della città.

“Insieme a questo posto – è la domanda sul grande cartello all'ingresso – il Comune vende anche gli abitanti?”.

La risposta dell'assessore alla Casa, Pierfrancesco Maran: "Prevediamo misure a sostegno per nuclei familiari con minori ma in questo caso, trattandosi di uomini adulti che hanno occupato abusivamente uno spazio pubblico, il Comune non si impegna a trovare altra sistemazione, anzi, sono perseguibili per legge”

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