La mappa che aiuta il lavoro

Uno strumento di geolocalizzazione del lavoro ha in sé le potenzialità per cambiare volto all’analisi territoriale dell’occupazione e alla scelte dei politici

Nella grande crisi che attanaglia il mercato del lavoro italiano, i mezzi per coadiuvare le scelte politiche e istituzionali in merito crescono di importanza strategica, sfondando il limite di una onesta complementarietà alle scelte del decisore pubblico.

Se i semplici monitoraggi del mercato del lavoro non bastano più, è ora di svoltare, privilegiando strumenti di analisi più efficaci e che potrebbero ridisegnare ruoli e competenze dei soggetti coinvolti nel discorso occupazionale.

Tra tutti, spicca la mappa di densità, uno strumento mutato della biologia e dagli studi epidemici, e che si presta all’analisi del mercato del lavoro così come alle scienze che per motivi economico-sociali indagano lo spazio. Lo strumento, in ambito di lavoro, non si serve di un campione rappresentativo, ma di informazioni a larga scala sulla popolazione di riferimento, grazie al decreto Interministeriale del 30 ottobre 2007 che rende obbligatorie l’invio delle comunicazioni dei nuovi rapporti di lavoro per via telematica allo stesso ministero.

Come spiega il sociologo Francesco Giubileo, nel saggio scritto con Simone Caiello Dove si trova lavoro a Milano? Nuovi strumenti di analisi del lavoro, “una volta definita l’unità di analisi, questa viene raccolta e trasformata in coordinate geo-codificate per essere successivamente proiettate sulla mappa per la realizzazione dei modelli di vettoriali” che forniscono rappresentazioni dei dati entro aree in cui il loro valore è omogeneo.

Con la mappa, utilizzando come riferimento il rapporto tra avviati e avviamento, è possibile conoscere le zone, le aree, le strade dove c’è lavoro, e dove la flessibilità è più bassa. Uno strumento quindi che, costando poco, aiuterebbe moltissimo i soggetti deputati a usarlo a compiere scelte vincenti in ottica occupazionali. Yahoo! Finanza ha intervistato il sociologo e studioso del mercato del lavoro Francesco Giubileo: profondo conoscitore dello strumento, ma anche esperto di politiche europee sui temi dell’occupazione, è autore del libro Una possibilità per tutti. Proposte per un nuovo welfare.

Giubileo, quali sono le potenzialità di questo strumento?


"Prendiamo ad esempio il caso lombardo in cui uno dei problemi è ricollocare il disoccupato, che magari ha determinate caratteristiche, o beneficia degli ammortizzatori di indennità, collocandolo col pubblico o col privato. Il problema è che, in entrambi in casi, mancano informazioni sulla domanda di lavoro legate ai nuovi attori, alle nuove tendenze, alle aziende più attive del territorio. Il fine della mappa non è fornire uno strumento per fare incontrare domanda e offerta perché già ci sono".

Qual è allora?

"Quando fai incontrare domanda e offerta  produci una quantità industriale di cv; il problema è che non hai un numero altrettanto elevato di domanda di lavoro. Lo strumento di cui parliamo interviene sul problema della domanda, individuando i protagonisti della stessa all’interno di determinati territori. Poi spetta  ai centri per l’impiego e alle agenzie private contattarli e sfruttarli al meglio. La mappa potrebbero usarla anche i disoccupati ma si perderebbe il vantaggio: tutti inizierebbero a bombardare la domanda di lavoro, anche con profili inadeguati, e la potenza dello strumento finirebbe subito".

Le mappe servono quindi ai centri per l’impiego. Ma in un articolo su La Voce lei stesso sottolinea che spesso sono carenti e servono una platea dal capitale lavorativo poco appetibile. L’uso della mappa passa da un primario cambiamento dei Cpi?

"Assolutamente sì. Uno dei vantaggi di queste mappe è che non servono solo ai disoccupati ma anche all’occupato, a una persona che vuole cambiare azienda ad esempio. Quindi, anche il titolare di un buon curriculum, potrebbe andare a un centro per l’impiego. E’ ovvio che se un centro per l’impiego serve solo una platea di “svantaggiati”, quale azienda verrà mai a chiederti forza lavoro? Nel nostro sistema l’assurdità è che è l’azienda che deve manifestarsi al centro per l’impiego e non viceversa; e invece dovrebbe essere quest’ultimo a manifestarsi, offrire soluzioni, aprire un dialogo e creare un rapporto di confidenza. Se un’agenzia privata si presentasse lei alla domanda con cv di basso rilievo morirebbe subito".

Cosa serve per cambiare la situazione dei centri per l’impiego, un cambiamento normativo?

"I servizi alle imprese fanno tante cose, erogano formazione, orientamento, fanno il bilancio di competenza ma non fanno mediazione. I disoccupati vogliono saltare i passaggi inutili e andare direttamente all’intermediazione. Se i Cpi si arroccano a degli standard operativi, non si adattano e cambiano le priorità, a breve saranno additati come fonte di spreco. Non serve un cambiamento normativo ma un decisore politico, di qualsiasi parte, che ne dichiari l’inutilità e lo spreco che generano se non cambiano".

Non crede da sociologo che in certi settori il capitalismo relazionale infici i buoni propositi di questo strumento?

"Una delle potenzialità delle mappe è che, non usando un campione rappresentativo, ma fotografando un intero mercato (che potrebbe includere anche i dati delle camere di commercio e i dati inps, che coprono le partite Iva), rivela non solo quello che si genera dai collegamenti e dalle opportunità ufficiali ma anche quello che si realizza con il passaparola o col fornitore. La mappa rileva l’informazione anche per quelle aziende che non passano per le relazioni formali e che però sono attive e al contempo sconosciute al decisore politico. Faccio un altro esempio, tratto da un mio articolo".

Prego.

"Il mercato del lavoro legato alla Brianza, quello del mobile: poniamo il caso che l’ente per le politiche del lavoro legato al tessuto territoriale decida di realizzare un programma di occupazione, incontra gli imprenditori del luogo e i sindacati e si mettano a discutere dei programmi. La visione è perfetta, ma è sbagliata in termini di collocamento, perché chi abita nel distretto non ci lavora, ma va al centro di Milano. Chi sta in Brianza, non deve guardare solo al distretto, ma capire dove si genera lavoro: le mappe possono dirti quali sono le aziende di Milano che stanno assumendo e vale la pena conoscere per fare un orientamento e una formazione migliore. Non andare quindi a guardare il tuo distretto, che a volte non conta nulla per il tuo collocamento".

Ci sono modelli a cui guardare, all’estero, per capire come sviluppare politiche integrate tra attori pubblici e privati?

"Quando deleghi al privato, subentra, da parte sua e in varie forme, l’opportunismo. Posto che l’opportunismo vale per tutti e ovunque, bisogna guardare a modelli dove, se c’è un errore, si cambia, come quello olandese. In quel sistema di eccellenza, sono le stesse agenzie a creare enti di revisione che controllino che nessuno adotti comportamenti che possano mettere a rischi gli accordi economici con il governo per collocare i soggetti svantaggiati. E' la stessa fondazione che controlla con parametri oggettivi, che ammonisce o espelle chi bara. Un secondo modo per disincentivare l’opportunismo è che sia l’attore pubblico a scremare i soggetti e a ripensare gli incentivi alla domanda che vanno dati ma non subito, dopo molto tempo, pena il rischio di accordo tra le parti. Delegare al privato è pericoloso: se non svolge bene il suo lavoro, ti rimanda il soggetto al Cpi che nel frattempo si è svuotato delle sue competenze e in parte è quello che è successo in Lombardia. La verità è che buona parte delle politiche attive nel nostro Paese sono catastrofiche ma manca la valutazione".