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La mia risposta a Caplan ed ai costruttivisti economico

Francesco Simoncelli
·8 minuto per la lettura

"A volte ritornano", è il titolo di uno dei racconti più famosi di Stephen King e come la maggior parte dei suoi lavori l'orrore si annida da qualche parte per poi sbucare e rapire il lettore che viene colto alla sprovvista dalla sua dinamica lenta e costruttiva. Se vogliamo chiamarlo segreto dell'autore siamo liberi di farlo, ma questa tecnica, sua personale, è riuscita a garantirgli il successo che ha riscontrato tra i fan. Nonostante diverse storie si possano assomigliare tra loro. Per quanto bizzarro possa sembrare il paragone che mi accingo a fare, la trama del sopraccitato racconto è azzeccatissima per la "seconda giovinezza" (O terza? Quarta? N?) che sta avendo un saggio di Bryan Caplan. Pubblicato più di venti anni fa, ritorna regolarmente sulle bocche dei costruttivisti economico/sociali, tanto pigri e apatici da non volersi leggere le continue confutazioni pubblicate sulla scia dell'opera "accusatrice". Ogni volta, quindi, dobbiamo assistere all'orrore di riveder spuntare fuori una tesi smontata pezzo per pezzo e dover di nuovo puntualizzare che l'autore iniziale di questa catena presumibilmente infinita non ha capito le risposte fornitegli nel corso del tempo. O sono i suoi sostenitori a non aver capito che esiste una letteratura che ha sistematicamente dimostrato privo di fondamento il lavoro svolto da Caplan.

Cerchiamo adesso di inquadrare il problema alla base di questa diatriba ricorrente: Bryan Caplan nel suo saggio elenca una serie di punti attraverso i quali spiega perché lui non è un economista Austriaco. Se i motivi fossero personali, una stretta di mano ed un "arrivederci" sarebbero bastati per lasciarsi dietro le spalle tutta questa faccenda, a dir poco grottesca. Ma, ahimè, come accade per la maggior parte degli accademici, la presunzione di aver ragione sempre e l'istinto da prima donna fungono da stimolante per riversare negli occhi del lettore ignaro una serie di imprecisioni che non solo sono errate, ma soprattutto sono frustranti per chi è addetto al settore. Come accade nei racconti di King, credi di vivere una vita tranquilla ma da un momento all'altro l'orrore ti prende alla sprovvista e ti sconquassa l'esistenza. Nel nostro caso particolare, si tratta del saggio di Caplan sull'economia Austriaca, fatto spuntare fuori da qualche solerte costruttivista economico/sociale che, spinto dallo zelo della sua laurea fresca di stampa, vuole farsi ben volere dalla gilda degli economisti mainstream.

Diversamente dai racconti di King, qui non evocheremo alcun demone ma ci affideremo solo alla logica e alla scienza deduttiva. Perché quello che non capisce Caplan e la sua schiera di zelanti adoratori (chiusi di mente come i protagonisti di un altro racconto di King, "I figli del grano") è proprio l'essenza della scienza economica: logica e deduzione sono il sentiero da percorrere. Quello che l'economia Austriaca rappresenta è uno strumento per vedere nel buio della conoscenza umana. Essa infatti è limitata ad ogni attore di mercato e solo attraverso lo scambio volontario, e vicendevolmente proficuo, la si riesce ad ampliare. Alla base di questo processo c'è l'azione individuale di ogni attore di mercato, ovvero, l'impulso di soddisfare determinate necessità in base ad un panorama infinito di desideri ma di mezzi con cui realizzarli decisamente scarso. Questo è un fatto auto-evidente ed è la base dalla quale parte la scienza economica propriamente compresa. Nessun homo oeconomicus, nessuna stilizzazione dell'essere umano, nessuna funzione di probabilità da massimizzare; solo la realtà e la metodologia d'indagine dietro la scienza economica.

Non c'è niente da confutare o negare qui, perché significherebbe negare l'essenza stessa dell'essere umano. Si può criticare, ovviamente, l'aspetto riguardante la ricerca in campo economico da parte della Scuola Austriaca, ma additare i principi fondanti è a dir poco ridicolo visto che la contraddizione lampante non par per niente preoccupare chi vi incappa. Per gli smemorati farò qui un elenco di autori Austriaci che in passato hanno fornito risposte esaurienti e precise alle accuse mosse da Caplan: Hulsmann, Block, Stringham. Il mio intervento oggi sarà una sorta di riassunto di quanto già risposto finora, un sottolineare le critiche salienti e ovviamente l'esposizione della loro inconsistenza.

Anche perché, a dirla tutta, se non fosse stato per l'individualismo metodologico di misesiana memoria, non sarei stato in grado di individuare sin da subito la natura fraudolenta e truffaldina della narrativa mainstream riguardo la salute e la libertà. Non è un caso, infatti, che parecchi "liberali" siano caduti mani e piedi nella retorica terroristica  sparsa dai media e non abbiano atteso neanche un secondo prima di vendere al miglior offerente la loro libertà. Perché, come accadde nel XIX secolo con la Scuola storica tedesca, credono che il collettivo sia in qualche modo superiore all'individuo. Questa è gente che vi dice di seguire Hayek, ma poi si dimenticano cosa scrisse in The Use of Knowledge in Society, prostrandosi quindi davanti il tempio dello stato e richiedendo il suo intervento per risolvere le "crisi". Non è un caso che Mises nel suo capolavoro, L'Azione umana, abbia sottolineato come l'individualismo metodologico sia a tutti gli effetti una metodologia d'indagine che può essere applicata a tutto lo scibile umano.

Ma sto divagando, torniamo in carreggiata cercando di analizzare cosa non va con il saggio di Caplan, che potete trovare al seguente indirizzo. Nota a margine: non affronterò il saggio nella sua totalità, ma solo i punti salienti che ritengo più importanti; inoltre salterò la sezione 3 riguardante la teoria Austriaca del ciclo economico, altrimenti questo articolo diventerebbe oltremodo lungo e tecnico. Per chi fosse interessato ad una confutazione più dettagliata di quella sezione, può consultare il seguente paper di Robert Murphy che copre gran parte degli argomenti sollevati da Caplan e molto altro.

Caplan inizia così:

Qualunque cosa gli economisti Austriaci abbiano che valga la pena dire dovrebbe essere inclusa nella professione economica più ampia, che rimane desiderosa di idee originali, vere e sostanziali.

Falso. Qualsiasi scuola che domina un particolare pensiero scientifico è essenzialmente un vicolo cieco (si veda: Kuhn: The Structure of Scientific Revolutions). E questo è un fatto anche in economia. I grandi economisti Austriaci della seconda metà del XX secolo sono stati fermati alle porte delle migliori università d'America. Ludwig von Mises riuscì ad ottenere solo una posizione di insegnante non retribuita presso la New York University (finanziata da sostenitori esterni) ed a Friedrich Hayek gli fu negata una posizione nel dipartimento di economia presso l'Università di Chicago, rimbalzato in qualcosa chiamato "Comitato sul pensiero sociale". E anche la sua paga veniva da uno sponsor esterno. Murray Rothbard insegnò per decenni con uno stipendio molto basso in una scuola di ingegneria, il Brooklyn Polytechnic Institute. E poi ebbe la sua "grande occasione": una cattedra all'Università del Nevada a Las Vegas. Furono persino fatti tentativi per impedirgli di ottenere il suo dottorato di ricerca a causa della sua dissertazione sul panico del 1819.

Ecco come venivano trattati questi giganti del pensiero economico. E Caplan ammette che hanno dato contributi importanti:

Mises e Rothbard hanno trascorso la maggior parte della loro carriera dando un contributo sostanziale all'economia [...].

Poi Caplan sferra il suo primo attacco a Rothbard:

[Rothbard] non capisce la posizione che sta attaccando. L'approccio della funzione di utilità si basa esattamente sull'utilità ordinale. I teorici neoclassici moderni (come Arrow e Debreau) che hanno sviluppato l'approccio della funzione di utilità, hanno fatto di tutto per evitare l'uso dell'utilità cardinale. Che un teorico neoclassico dica "il pacchetto uno offre l'utilità di 8, mentre il pacchetto due offre l'utilità di 7" non può portare Rothbard a concludere che egli creda nell'utilità cardinale. Ma il linguaggio qui è tecnico; per analizzarlo è necessario tornare alle definizioni sottostanti. In tal modo scopriremo che il significato di "il pacchetto uno offre l'utilità di 8, mentre il pacchetto due offre l'utilità di 7" non è altro che "il pacchetto uno è preferito al pacchetto due". Una funzione di utilità è solo un breve sommario sulle preferenze ordinali di un agente, non un'affermazione sulle "utilità".

Ci sono due problemi con la sua tesi. Il primo è che non è vero, visto che alcuni economisti usano e hanno usato utilità in un senso cardinale per presumere quantità definite di utilità. Paul Samuelson, che conosceva la teoria neoclassica moderna, scrisse quanto segue nel suo libro di testo, Economics:

Gli psicologi e gli economisti più audaci presumono che il consumatore provi una definita quantità di soddisfazione o di piacere anticipato quando si confronta con un lotto di merci. Questa quantità o sensazione psicologica viene chiamata "utilità".

Il secondo problema è che se presumiamo per un momento che Caplan abbia ragione e che tutti gli economisti utilizzino insieme utilità e numeri, ma vedano comunque le cose in senso ordinale, allora Caplan sta dicendo che Rothbard ha ragione. Tale utilità può essere classificata solo in modo ordinale. Quindi qual è il problema? Semmai il sistema di classificazione di Rothbard è chiaro, mentre coloro che introducono numeri Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online