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La Modern Monetary Theory è solo l'ennesima variazione

Francesco Simoncelli
·8 minuto per la lettura

Stephanie Kelson, una delle maggiori rappresentanti della Modern Monetary Theory, ha di recente pubblicato un libro in cui spiega la sua teoria economica. Questo articolo esamina ed indaga le basi fondamentali della MMT, che tra l'altro sono state spiegate dalla Kelton in un precedente video rilasciato l’anno scorso.

Introduzione

La Macroeconomia è diventata una vera e propria religione, la quale è tal punto aliena dalla realtà che i suoi adepti non riescono minimamente a concepire l'esistenza di un'economia reale; un fatto – questo – che non è mai stato così ovvio quanto oggi. Sebbene i macroeconomisti si ritengano essere degli esperti di economia, in realtà sono alla mercé di coloro che li tengono sul libro paga: un misto tra istituzioni statali ed istituzioni finanziarie con un non così velato interesse affinché non si indaghi a fondo le conseguenze delle politiche fiscali e monetarie. L’ultima creatura nata in questo mondo neokeynesiano è la “Modern Monetary Theory”, ossia la teoria che – in virtù della sua giustificazione all’intervento statale e all’espansione della quantità di valuta fiat – non rappresenta altro che la logica estensione del keynesismo.

Il libro di Stephanie Kelton, intitolato “Il mito del deficit: la Modern Monetary Theory e la nascita dell’economia per il Popolo”, è stato dato alle stampe martedì 9 giugno: “La brillante spiegazione della MMT cambierà radicalmente la nostra comprensione di come possiamo affrontare delle questioni importanti che spaziano dalla povertà, passando per la disuguaglianza e alla creazione di posti di lavoro, fino all’ampliamento della copertura del sistema sanitario, il cambiamento climatico e la costruzione di infrastrutture solidissime”.

Questa è la prima parte della descrizione che Amazon fa del libro. Se queste pretese di universalità fossero vere, i problemi economici del mondo potrebbero essere risolti facilmente; tuttavia dobbiamo mettere da parte le frasi commerciali e studiare la MMT in modo molto più serio.

La spesa in deficit è la soluzione della MMT ad ogni cosa

Un saggio breve sul tema non renderebbe giustizia ai temi esposti in un libro appena uscito (e, in questo senso, esistono dei revisori selezionati che ottengono delle copie in un tempo congruo per effettuare tale lavoro); pertanto mi limiterò a commentare la spiegazione che la Kelton ha fornito circa la MMT in un video del marzo 2019, mandato in onda dalla CNBC. Dal momento che stiamo dissertando di teoria economica, dovrebbe essere valido ancor oggi come si presume lo fosse un anno fa. Quindi possiamo presumere che il suo libro non sia altro che un’estensione dei punti trattati in quel video.

Se tali presupposti non sono giusti, allora il resto della teoria può tranquillamente essere ignorato e possiamo altresì asserire che il libro non fa altro che confondere i suoi lettori. Nel presente articolo andrò a rispondere a ciascuno dei punti trattati in quel video. Un ultima nota circa la notazione usata e le citazioni: “SK” sta per “Stephanie Kelton” e citerò alla lettera le sue parole, alle quali seguirà un breve commento.

SK

La MMT parte da una semplice assunto: il dollaro statunitense non è altro che un monopolio dello stato. In altre parole, la valuta degli Stati Uniti deriva dal governo statunitense e non può derivare da nessun’altra fonte. Quindi il significato di tutto ciò è che il governo federale non è come una qualsiasi famiglia o come qualsiasi privato. Se un’azienda privata o una famiglia volessero spendere, devono – prima di tutto – raccogliere del denaro, giusto? E il governo federale non può mai sperimentare una scarsità di moneta, non può mai affrontare un problema di insolvenza con delle obbligazioni che non può ripagare. In sintesi, non deve preoccuparsi affatto del raccogliere denaro per poter spendere.

Commento

In altre parole, la MMT è una riedizione della teoria della moneta statale resa famosa da George Knapp nel 1905; una teoria che, allo stesso tempo, ha permesso a Bismarck di finanziare la costruzione dell’arsenale militare tedesco prima della Grande Guerra, la quale – a sua volta – ha comportato l’iperinflazione tedesca che nel 1923 distrusse il marco. Non c’è alcuna novità in questa teoria, la quale presenta dei contenuti che sono stati da sempre sbandierati dagli inflazionisti di tutte le risme fin dalla prima apparizione delle valute fiat.

L’argomento in questa sede è un trucchetto molto usato dagli economisti per far credere ai loro interlocutori che la macroeconomia sia qualcosa che si trovi su un piano diverso (più alto) rispetto all’azione umana. L’asserzione secondo cui le finanze pubbliche si trovano a dover rispondere a regole completamente diverse rispetto a quelle private è vera solo se uno stato può coprire la sua spesa in deficit con l’espansione dell’offerta di moneta fiat. In ogni altro aspetto, la dinamica delle finanze pubbliche è regolata dalle stesse leggi finanziarie e monetarie che valgono per il resto degli esseri umani.

Ma lo stato non può stampare moneta indefinitamente: tale pratica può al massimo spostare il momento in cui la sua insolvenza diviene manifesta e solo nella misura in cui può sottrarre ricchezza dalla popolazione mediante la svalutazione della moneta. Più lo stato inflaziona, più deve farlo; fino al punto in cui – alla fine – si presenta il conto.

SK

Quindi il deficit alla fine importa: solamente che non come siamo stati abituati a credere. Penso che le persone ritengano il deficit come qualcosa da dover evitare a tutti i costi, pensano che non dovremmo fare deficit in quanto prova di irresponsabilità fiscale. Ma la verità è che il deficit può essere troppo grosso, la cui prova sarebbe fornita dalla presenza di inflazione.

Commento

Qui la Kelton sta presumendo che lo stato possa controllare il grado di deficit finanziato con l’espansione monetaria. Ma lo stato potrebbe essere paragonato ad un tossico: una volta nel gorgo del denaro facile usato come pagamento per i propri debiti, è difficile farlo smettere dall’usare la droga monetaria quale fonte primaria di entrate.

Quello che la Kelton non ci dice è che il finanziamento inflazionistico della spesa pubblica comporta un costo: il trasferimento di ricchezza da coloro che hanno dei risparmi e dei redditi fissi in denaro fiat. I beneficiari di questa pratica sono il governo, le sue agenzie e gli "amici degli amici" (di solito le banche commerciali e le grandi imprese). In altre parole, la svalutazione della moneta mette in difficoltà le stesse persone che i suoi propugnatori pretendono di aiutare.

Definendo l’inflazione come un “aumento generale del livello dei prezzi”, la Kelton presuppone che fino a che tali aumenti sono abilmente celati da tetti massimi agli stessi, lo stato può espandere la quantità di moneta a suo piacimento. Tuttavia tale affermazione è valida solo se lo stato è capace (o abbia la volontà politica) di restringere la quantità di offerta di moneta qualora l’obiettivo prefissato venisse raggiunto.

Tra l'altro quest’ultimo punto si è dimostrato storicamente non vero, e ciò viene provato dal fatto che è stato cambiato il metodo statistico con il quale viene calcolata l’inflazione, il che ha reso necessario trovare un metodo alternativo. I calcoli realizzati da Shadowstats e dal Chapwood Index ci fanno concludere che il livello generale dei prezzi sia cresciuto ad un ritmo annuale molto più vicino al 10%, piuttosto che all’1,5 o al 2% (il tasso calcolato dagli econometrici al soldo del governo statunitense). Se prendiamo per buone queste stime indipendenti, l’evidenza ci mostra che l’inflazione può essere nascosta e quindi la proposizione della Kelton può essere invalidata.

Su qualsiasi piano lo si voglia analizzare, questa tesi della Kelton risulta essere completamente fallace. Per dirla in altro modo, l’inflazione non consiste né può essere misurata dal tasso di aumento del livello generale dei prezzi quanto piuttosto dal tasso di incremento della quantità di moneta. Un aumento nel livello generale dei prezzi è un sintomo e non la causa dell’inflazione. Questa parzialità nelle definizioni, qualche volta presa per buona inconsciamente (mentre altre volte in malafede), impedisce una profonda comprensione del fenomeno inflazionistico. Prendendoci in giro – e facendo la stessa cosa con sé stessa – la Kelton non sta facendo altro che dare credito alle teorie propagandate dagli economisti mainstream.

SK

Tuttavia il deficit può anche essere troppo piccolo per sostenere la domanda nell’economia, e il segnale è la presenza di disoccupazione. Quindi se per un attimo pensate al deficit statale come ad una differenza tra ciò che il governo spende e ciò che tassa, possiamo fare l’esempio di un governo che spende $100 nell’economia statunitense e tassa solo per $90. Questa differenza è ciò che noi chiamiamo deficit, registrato nei bilanci statali di fine anno. Quello che spesso dimentichiamo di fare è vedere che fine fanno quei $10, i quali sono ora in circolazione nell’economia grazie al deficit statale, senza il quale – probabilmente – sarebbero finiti da qualche altra parte.

In altre parole, i deficit statali diventano i nostri surplus: quello che loro segna Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online