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La pandemia ha allungato i tempi per raggiungere la parità di genere

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Klaus Vedfelt - Getty Images
Photo credit: Klaus Vedfelt - Getty Images

From ELLE

A un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, possiamo azzardare un'affermazione un po' forte e dire che niente, o quasi, ne sta uscendo (sempre che se ne stia uscendo, perdonerete l'accenno di pessimismo) migliore. Non è migliore la nostra salute mentale, e non servivo io a scriverlo ma ribadirlo è comunque utile, anche solo per normalizzare qualcosa che effettivamente normale è, visto il livello di stress unito a solitudine che abbiamo dovuto provare a gestire, non è migliorata la scuola, l'istruzione, che con la DAD ha ampliato ancor più il divario tra chi è più fortunato e chi è marginalizzato, non sono migliorate le relazioni, che quelle congiunte sono ormai allo stremo, dopo 450 cene + serate sul divano insieme, e quelle lontane ci mancano più che mai. Non è certo migliorato il lavoro, al netto dell'aggettivazione simpatica che vorrebbe dargli quello "smart" che ormai facciamo fatica pure a pronunciare, e non è migliorato soprattutto per le donne, ovunque nel mondo, ma con un disastro particolarmente drammatico da noi, dove lo scorso dicembre i lavoratori sono scesi di 101 mila unità e di questi 99 mila sono donne. Un dato, questo italiano, purtroppo in linea con quanto dichiarato dal Global Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum, che ci racconta che, dato che l'impatto della pandemia COVID-19 continua a farsi sentire, la chiusura del divario di genere globale è aumentata di una generazione, passando da 99,5 anni a 135,6 anni.

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Lasciamo perdere per un attimo i numeri così precisi, le virgole, che forse fanno anche un po' sorridere, per cogliere il succo della questione, che invece non fa ridere proprio per niente, perché ci dice una cosa inconfutabile, e cioè che le conseguenze economiche della pandemia hanno ampliato le disparità fra i sessi, soprattutto in ambito economico. Pochi giorni fa, per esempio, vi avevamo parlato del Giappone, dove lo tsunami che sta colpendo il mercato del lavoro sta facendo molte più vittime tra le donne, occupate molto più degli uomini in professioni poco pagate, non regolari, dove il licenziamento è cosa facilissima per il datore. Insomma, la “she-cession” non è più un’ipotesi, ma una certezza e lo ha certificato, dopo il Fondo Monetario Internazionale, anche il Global Gender Gap report. Secondo il quale proprio il divario che separa le donne dagli uomini nel lavoro è quello più duro a morire e per il quale per chiudere il gap saranno necessari 267,6 anni, se continueremo di questo passo. Il dato dei 135 anni, infatti, riguarda l'evoluzione complessiva, che tiene conto dei 4 ambiti di analisi del report: politica, economia, educazione e salute.

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Globalmente, dunque, in termini di gender equality è stato un fatto un passo indietro dello 0,6%, ma il report considera solo i primi mesi dell’inizio della pandemia, quindi la situazione potrebbe essere molto peggiore. E le buone notizie? Ci sono, e riguardano i soliti cosiddetti "virtuosi", e cioè i paesi del Nord Europa, con in mezzo anche la new entry Nuova Zelanda insieme alla sua prima (super) ministra Jacinda Ardern, che proprio sulla parità salariale ha messo in campo un piano molto concreto, senza tanti proclami, andando, come sa fare benissimo, al cuore della questione. Ma tornando al report, senza troppe sorprese a guidare la classifica ci sono ancora una volta Islanda, Finlandia e Norvegia, non a caso tre Paesi guidati da premier donne: Katrín Jakobsdóttir, premier dell'Islanda in carica dal 30 novembre 2017, Sanna Mirella Marin, prima ministra della Repubblica Finlandese dal dicembre 2019, Erna Solberg prima ministra della Norvegia dal 16 ottobre 2013. Al quarto posto, appunto, il primo Paese extra Europa, la Nuova Zelanda guidata dalla premier Jacinda Kate Laurell Ardern, che è anche numero uno del partito Laburista. L'Italia va meno peggio di altre volte per quel che riguarda la rappresentanza politica (ma, di nuovo, qui si tiene conto dell'inizio della pandemia, quando il governo Conte II aveva raggiunto un record storico con una percentuale del 34% fra ministre, viceministre e sottosegretarie) cosa che le ha fatto guadagnare 13 posizioni salendo dal 76° al 63° posto su un panel di 156 Paesi al mondo. L’altra faccia della medaglia, però, è la partecipazione economica, che ci vede scivolare al 114esimo posto, fra le maglie nere a livello europeo.

D'altra parte i problemi del lavoro femminile sono noti: basso tasso di occupazione, che fa sì che in Italia lavori meno di una donna su due, alta percentuale di contratti part time (49,8%), elevata differenza salariale, mancata possibilità di carriera, tanto che solo il 28% dei manager sono donna, peggio di noi in Europa solo Cipro. Di nuovo, non stupisce, dato che lo scorso giugno il Consiglio d'Europa ci aveva ammoniti per aver violato alcune norme per la parità di genere nel lavoro, scrivendo nero su bianco che "l'Italia ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione". Se si conta, poi, che la rappresentanza politica con questo governo Draghi è calata, quello che rimane ancora più in salita è un miglioramento, seppur minimo, per il quale chissà se potremo vedere anche solo un abbozzo in questo 2021.