Italia markets closed
  • Dow Jones

    35.433,67
    +175,06 (+0,50%)
     
  • Nasdaq

    15.120,13
    +98,32 (+0,65%)
     
  • Nikkei 225

    29.215,52
    +190,06 (+0,65%)
     
  • EUR/USD

    1,1639
    +0,0020 (+0,17%)
     
  • BTC-EUR

    53.735,63
    -59,80 (-0,11%)
     
  • CMC Crypto 200

    1.453,73
    -9,62 (-0,66%)
     
  • HANG SENG

    25.787,21
    +377,46 (+1,49%)
     
  • S&P 500

    4.516,78
    +30,32 (+0,68%)
     

La pandemia ha esasperato la modalità always on. Alle donne serve un ufficio

·7 minuto per la lettura
Photo credit: Thomas Barwick - Getty Images
Photo credit: Thomas Barwick - Getty Images

Ci voleva l’Economist per dare una svolta al dibattito. Qualche giorno fa il settimanale britannico, in un lungo e argomentato articolo, ha ammesso la scandalosa verità: per le donne è meglio lavorare fuori casa. In una di quelle obsolete e alienanti strutture in uso prima della pandemia, un ufficio insomma, invece che appollaiate sul tavolo del tinello con il proprio pc. Ma come, non ci avevano detto che l'home working era l'ideale? Sì e no. Sì, perché è stato utile ad affrontare l’emergenza con alcuni inaspettati benefici (più tempo per la famiglia, maggiore libertà), no, perché sui tempi lunghi affiorano i problemi: casalinghitudine, connessione perenne, convivenza forzata, autoreclusione. Rischi di stop alla carriera e regressione nella domesticità. I vantaggi si pagano in termini di isolamento e mancanza di contatti.

In Italia, la situazione è ancora fluida: ragazzi e insegnanti tornano a scuola mentre la pubblica amministrazione punta sul ritorno in presenza a partire dalla fine di settembre. Il lavoro da remoto in maniera permanente, ora che lo conosciamo, entusiasma di meno. «Non è gender neutral, ha un impatto diverso per uomini e donne», spiega Elisa­betta Camussi, che insegna Psicologia sociale all’Università Milano Bicocca e ha fatto parte della task force guidata da Vittorio Colao.
«Gli uomini hanno apprezzato maggiormente, le donne si sono sentite più affaticate, schiacciate tra lavoro e carichi di cura». E se il primo lockdown (2020) aveva forzosamente equiparato tutti nel puro ambito professionale, quando si è potuto in parte tornare in ufficio il divario è riemerso. Le donne continuano a lavorare da remoto per occuparsi della casa e dei figli, rischiando di essere penalizzate, soprattutto nelle realtà me­dio-piccole, dove la cultura del lavoro per obiettivi e della delega non è ancora sviluppata».

Ricaduta principale: è sparito l’orario i lavoro. L’ultima indagi­ne Randstad Workmonitor segnala che la maggior parte dei lavorato­ri italiani (71 per cento) risponde a telefonate, email e messaggi fuori dell’orario d’ufficio, e una metà (53 per cento) confessa di restare connessa anche durante le ferie. La pandemia ha esasperato la modalità che gli americani definiscono always on. Non c’è separazione tra scrivania e tavolo da pranzo... Per evitare possibili burnout e incomprensioni, si comincia a parlare di diritto alla disconnessione. Dice Silvia Cassano, capo delle Risorse umane di Ing Italia, dove è stato siglato un innovativo accordo sindacale: «Il modello che abbiamo introdotto offre flessibilità negli orari e la possibilità di gestire esigenze di breve durata senza ricorrere ai permessi. La banca ha voluto dare particolare importanza alla disconnessione e all’incentivazione del “blocco agenda” per i momenti di pausa e alla fine della giornata lavorativa». Per le donne, specialmente madri, l’always on è distruttivo. Significa essere immersi in un flusso costante di doveri aziendali e necessità familiari.

Urge un nuovo modello e stiamo cercando le parole per dirlo: next normal, new ways of working (definizione del World Economic Forum), blended working. Il senso è: siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale e si sa già che il 70 per cento delle grandi imprese aumenterà i giorni di lavoro da remoto, in media 2,7 la settimana (è conveniente, risparmiano). La ricerca di Valore D, associazione di imprese che promuove l’equilibrio di genere e dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano (Da smart a blended working. Come sarà il futuro del lavoro), primo documento disponibile su come le aziende hanno affrontato la smaterializzazione degli uffici, è arrivata alla prima conclusione: non si può guardare indietro. Mariano Corso, docente di Leadership & innovation, responsabile dell’Osservatorio, chiarisce subito: «Tornare ai vecchi modelli organizzativi sarebbe un errore. Non si tratta di accettare l’inevitabile, ma di costruire un nuovo modo di lavorare vantaggioso per tutti».

Le donne che non tornano in ufficio, sostiene l’Economist, si perdono qualcosa. Spontaneità, cameratismo, complicità, la certezza di “staccare” dalle necessità familiari, una maggiore concentrazione sugli obiettivi di carriera. E anche, filosoficamente, un po’ di senso della vita. «Il primo lockdown è stato difficile», ammette Barbara Falcomer, presidente di Valore D, «ma i vantaggi esistono. La next normal sarà una realtà più dinamica e complessa rispetto al passato. Il lavoro non sarà più solo da remoto o da casa. Sarà ibrido, dovrà tener conto di molte variabili». Bisogna puntare sulla “flessibilità intelligente”, una bella formula, da riempire coraggiosamente di contenuti. Modelli di blended working potrebbero essere tagliati come un abito su misura. Si parte non dall’idea di stare a casa, ma da quella andare in ufficio con presenze concordate, legate a singoli progetti più che alla routine, orari variabili e “aiutini” tecnologici. L’articolo Reimagining the office and work life after Covid-19, pubblicato da McKinsey, spiega che i confini tra presen­za fisica e distanza dovranno sparire. Lavagne virtuali su cui fare brainstorming in tempo reale e tecnologie immersive diventeranno i nuovi standard.

Il Gruppo UniCredit, già prima della pandemia, aveva avviato una sperimentazione di lavoro a distanza con un vero e proprio galateo digitale, l’Etiquette di UniCredit: «Proteggere l’equilibrio tra lavoro e vita privata; scrivere messaggi concisi e favorire il coinvolgimento dei collaboratori». Anna Vanzan, responsabile Inclusion people & innovation di Generali Italia, racconta l’iniziativa aziendale dell’energy life coach: «Un team di psicologi è raggiungibile ogni giorno per affrontare le sfide quotidiane. Pensando alle famiglie che po­trebbero avvertire nervosismo e incomprensioni per la dif­ficoltà di conciliare lavoro da remoto e figli in Dad, il programma si è arricchito di energy life coach-genitori. Abbiamo sperimentato strumenti digitali, nuove metodologie e format innovativi». Arianna Schiavoni, Learning & development manager Peroni: «Abbiamo lanciato il Momento che ci unisce, una serie di iniziative di comunicazione e ascolto, e altre dedicate al benessere fisico e psicologico. Abbiamo rivisto i programmi di formazione manageriale insistendo su capacità chiave come la delega, la fiducia, la flessibilità, la pianificazione».

E siamo arrivati all’altro aspetto della quarta rivoluzione industriale: la rimodulazione dello spazio sul territorio, la cosiddetta organizzazione diffusa. Non avere più un ufficio centrale, se non di rappresen­tanza e soltanto per i brainstorming e la pianificazione, consentirebbe di vivere lontano dalle città, dove c’è più spazio e gli immobili sono meno cari. In Italia il 72 per cento degli oltre ottomila Comuni conta meno di cinquemila abitanti, e molti di questi sono semiabbandonati: il lavoro da remoto potrebbe essere un’occasione di riquali­ficazione. L’architetto Stefano Boeri, che sta la­vorando alla mappatura dei borghi, immagina residenze distanti circa 60 chilometri da un centro urbano o da un aeropor­to. Per chi resta in città, l’idea è quella dei quartieri "dei quindici minuti", dove tutto si può fare a un quarto d’ora da casa. Il volto delle città potrebbe cambiare in meglio? Paola Ambrosino, partner e direttore generale della società di comunicazione Sec Newgate, è ottimista: «Essere smart deve essere il nostro modo di stare al mondo, disposto al cambiamento per restare fedele a quello che cambia più di noi: la vita». |

Ecco come le Big Tech risparmiano, ma tagliano gli stipendi

Lavorare da casa per sempre? Si può fare, ma Google taglierà gli stipendi. La società (135.000 dipendenti) ha messo a punto la piattaforma Work location tool per calcolare la “nuova” retribuzione di chi lavora da casa. Si basa sul costo della vita e sul mercato del lavoro nei luoghi di residenza. Rischia tagli consistenti chi abita in zone meno care di quelle in cui si trovano gli uffici dell’azienda. Chi vive a Stamford, nel Connecticut, a un’ora di treno da New York, potrebbe dover accettare una riduzione del 15 per cento se sceglie di non tornare in ufficio post pandemia. Soltanto chi vive nei cinque distretti di New York può lavorare da remoto a tempo indeterminato mantenendo la stessa busta paga. Differenze del 5 e del 10 per cento sono previste per Seattle, Boston e San Francisco. Anche Facebook e Twitter hanno preso una posizione simile, tagliando i compensi a chi, lavorando da remoto, si è trasferito in città economicamente meno impegnative. Intanto, lo spopolamento degli uffici ha permesso a Google di risparmiare 268 milioni di dollari…

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli