La promessa di Berlusconi che evoca il lavoro nero

“I lavoratori Fiat che resteranno fuori dalle fabbriche potranno integrare il loro reddito con dei lavori non ufficiali”. Così parlava Silvio Berlusconi in merito alla cassa integrazione alla Fiat. Era il dicembre 2002, nel ruolo di presidente del Consiglio Berlusconi invitava i cassintegrati al lavoro nero lasciando a bocca aperta politici, sindacalisti e imprenditori. Sulle pagine di Le Monde e Liberation venivano scritti severi corsivi sull’incitamento all’economia “parallela”, in Italia i giornali vicini al premier gettavano acqua sul fuoco spiegando le parole di Berlusconi come un’accettazione dell’anomalia italiana.

Dieci anni dopo il contesto economico e sociale sono cambiati, la situazione italiana è decisamente peggiorata ma una sola cosa rimane immutabile: la modalità con cui Berlusconi parla al Paese e all’elettorato promettendo, incurante di qualsiasi regola, pentole d’oro alla fine dell’arcobaleno.  Ospite a Porta a porta, il leader del centrodestra ha lanciato la sua nuova ricetta per combattere la disoccupazione: “Si può fare qualcosa di eccezionale: in Italia ci sono circa quattro milioni di imprese – ha detto adagiato sulla sua poltrona preferita - e si può proporre immediatamente di fare in modo che se si assume anche solo una persona a tempo indeterminato per 3-4-5 anni non si pagano i contributi né le tasse, è come se fosse un'assunzione in nero”.

Berlusconi - che negli ultimi giorni aveva dichiarato di voler ricoprire il ruolo di Ministro dell’Economia con un dicastero allargato allo Sviluppo - ha sciorinato le cifre della crisi italiana: i 600mila lavoratori che hanno perso il posto nell’ultimo anno, i quasi 3 milioni di disoccupati, il 37% di disoccupazione giovanile, una “situazione quantitativamente impressionante” della quale “ovviamente” il (suo) Governo in carica dal 2008 al 2011 non ha alcuna responsabilità. La colpa, naturalmente, è tutta delle “politiche del governo Monti” che hanno peggiorato la situazione affondando l’Italia in una “recessione che potrebbe portare alla depressione e al fallimento dello Stato”.

La ricetta del Berlusconi economista è speziata con altri ingredienti quali la cancellazione di tutte le autorizzazioni necessarie “per aprire negozi o imprese o avviare cantieri” che verrebbero trasformate in controlli successivi. Il che, usando un vecchio detto popolare, sarebbe come chiudere il recinto dopo la fuga dei buoi. “Chi farà queste costruzioni e aprirà i negozi sarà attento a fare le cose a regole d'arte” ha poi detto Berlusconi che, cinquant’anni fa, costruiva le fondamenta del suo impero economico proprio sull’edilizia. Berlusconi ha provato a parlare, una volta ancora, a quelle imprese che erano state il principale sostegno all’inizio della sua parabola politica - “È colpa dello Stato se, ad esempio, la sanità, paga con un ritardo enorme addirittura a 930 giorni!” -  promettendo “la vera rivoluzione liberale” fattibile se nelle imminenti elezioni politiche la sua coalizione raggiungerà il 40% dei voti: “Non voglio il 51%, mi basta il 40%, perché così avrò in Parlamento il 55%", grazie alla legge elettorale”. Il tutto, come sempre, alla prima persona singolare.

Coerentemente con i diciannove anni di storia politica che hanno preceduto la sua sesta campagna elettorale, Berlusconi continua a elargire promesse elettorali dai devastanti effetti collaterali. Promesse che servono a incassare voti con la logica irrazionale e viscerale dei “pochi, maledetti e subito” e che, specialmente in un momento di così grande difficoltà, andrebbero fatte sulla base di accurate disamine dei bilanci statali e su progettualità di medio-lungo termine. È stato così con l’eliminazione dell’Ici che ha prosciugato le casse dei comuni imponendo l’Imu, una tassa decisamente più salata. La stessa cosa avverrebbe con la deregulation promessa a Porta a porta, privando le casse dello Stato del gettito fiscale proveniente dai neoassunti per 3-4-5 anni. È sufficiente questo dettaglio, quest’ampio  spettro di “3-4-5” anni per comprendere come la promessa non abbia un fondamento numerico certo. Un calcolo economico autorevole di un economista autorevole avrebbe dichiarato un traguardo autorevolmente definito: tre oppure quattro oppure cinque anni. Una promessa in grado di essere mantenuta sarebbe entrata nello specifico della questione, magari spiegando dove lo Stato sarebbe andato a prendere i soldi per coprire i buchi lasciati dal mancato gettito fiscale. Ma è ovvio che un leader che ha costruito la propria carriera sul culto della personalità e sull’aura messianica non possa che rimanere prigioniero dei medesimi schemi. Schemi che prevedono la generalizzazione laddove sarebbe necessaria la specificazione, la semplificazione laddove sarebbe necessaria l’analisi.