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La proposta Orlando sulle multe alle multinazionali in fuga convince i 5s, meno la Lega

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Whirlpool (Photo: CESARE ABBATEANSA)
Whirlpool (Photo: CESARE ABBATEANSA)

La proposta l’ha lanciata il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un’intervista a La Stampa: “Bisogna responsabilizzare di più le imprese e legarle con più forza al Paese nel quale operano e dal quale ricevono sussidi”. Detta con un titolo: più sanzioni per le multinazionali in fuga dall’Italia. In modo più corretto sanzioni, senza più, perché come riconosce lo stesso ministro quelle attuali non funzionano. Era il 2 luglio 2018 quando Giuseppe Conte e i 5 stelle festeggiavano la norma anti-delocalizzazione inserita nel decreto Dignità approvato dal Consiglio dei ministri. Tre anni dopo quella norma non ha fermato la fuga di Whirlpool da Napoli e neppure quella del fondo Quantum Capital, proprietario della Gianetti di Ceriano Laghetto, ancora la Gkn da Campi Bisenzio. Le parole di Orlando aprono una questione che è anche politica perché spetta alla politica, in modo particolare al Governo, provare a raddrizzare un fenomeno che rischia di strutturarsi, impoverendo ulteriormente un tessuto industriale chiamato ad affrontare anche la sfida delle transizione del Recovery. I 5 stelle dicono sì, la Lega invece è più scettica.

Prima di passare in rassegna le posizioni dei partiti di maggioranza e quindi capire se e quanto la proposta di Orlando potrà avere un seguito, bisogna partire dall’analisi del fenomeno. E da quello che non ha funzionato in termini di misure adottate se non per contrastarlo quantomeno per governarlo. I licenziamenti annunciati nell’ultima settimana non sono solamente posti di lavoro cancellati. Sono anche la modalità operativa di un comportamento di disaffezione e di fuga che caratterizza il comportamento di un numero sempre più crescente di multinazionali e di fondi di investimento stranieri. L’Italia diventa terra di investimento e subito dopo, nel breve e medio periodo, il Paese nel quale fare business non conviene più. Si può obiettare che sono le regole del mercato e questo è vero, ma è altrettanto vero che l’attività di impresa ha una sua responsabilità sociale e soprattutto che molti di queste multinazionali hanno preso soldi, e tanti, dallo Stato. Whirlpool, per fare un esempio, ha preso 24 milioni in cinque anni e ora ha annunciato il licenziamento di 327 lavoratori.

Non è solo la fuga all’estero, soprattutto nell’Europa dell’Est dove il costo del lavoro è decisamente più basso rispetto all’Italia. Il fenomeno della delocalizzazione ha una sua premessa, che è parte integrante della questione: gli investimenti sono estemporanei, corsari, sufficienti a coprire il tempo necessario all’azienda per fare utili. Così hanno fatto i cinesi del gruppo Wanbao all’Acc di Mel, nel bellunese: hanno comprato lo stabilimento che produce compressori per frigoriferi, ma hanno ridotto al massimo gli investimenti, tagliato la produzione e abbassato i prezzi. Poi, dopo quattro anni, sono andati via, tra l’altro dando la colpa al costo del lavoro eccessivo. In questo modo non solo hanno delocalizzato, ma hanno anche impoverito la capacità produttiva del sito che oggi si regge in piedi grazie a un commissario e agli stipendi dei lavoratori che sono stati tagliati.

Insomma ci sono anche elementi che rendono difficili gli investimenti delle multinazionali, dalle tasse ai ricorsi, i tempi della giustizia civile, la burocrazia. C’è un pezzo dell’industria, come l’auto, che sta cambiando pelle. Ma ci sono anche i licenziamenti notificati via mail e più in generale un atteggiamento aggressivo nei confronti di pezzi del sistema produttivo che a volte vengono letteralmente saccheggiati. E si arriva qui a quello che non ha funzionato. Il primo indiziato è l’articolo 5 del decreto Dignità. Già tre anni fa non tutti erano d’accordo sulla linea adottata. Renato Brunetta disse che le norme anti-delocalizzazione volute dai grillini erano “anacronistiche e disincentivavano gli investitori internazionali ad investire in Italia”.

Con quelle norme arrivarono sanzioni, da due a quattro volte il beneficio ricevuto dallo Stato, per le aziende che avrebbero delocalizzato le attività prima di cinque anni dalla fine degli investimenti agevolati. Non solo una multa, ma anche la restituzione dei soldi pubblici con interessi maggiorati fino a cinque punti percentuali. Quello che è avvenuto dopo e anche ora, nell’ultima settimana, dimostra che quelle norme sono state superate dai fatti. Ora la proposta del Pd ha il merito di riproporre il tema di come rafforzare gli strumenti anti-delocalizzazioni e su questo Orlando ha passato la palla al ministro dello Sviluppo economico in quota Lega Giancarlo Giorgetti.

I partiti, però, danno intanto i primi segnali. Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia per il Carroccio, dice a Huffpost: “Prima gli incentivi e poi le sanzioni. Bisogna incentivare le aziende a rimanere in Italia e a investire: se mettiamo in piedi un sistema sanzionatorio troppo aggressivo e stringente otteniamo l’effetto contrario”. Non è un no alla proposta di Orlando perché, dice sempre Durigon, “chi prende soldi pubblici e poi va via dall’Italia deve pagare una sorta di pegno sociale, come avviene in altri Paesi come la Francia”. Ma l’equilibrio è delicato e la priorità resta quella di creare un sistema di agevolazioni e di incentivi invece che un sistema sanzionatorio rigido.

Chi invece è più vicino alla posizione di Orlando sono i 5 stelle. La partita la guida la viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde, che durante il Conte 2, quando al Mise c’era Stefano Patuanelli, ideò il Fondo di salvaguardia e cioè la possibilità per le aziende in crisi di ricevere un aiuto pubblico fino a 10 milioni tramite Invitalia. A patto però di non delocalizzare per cinque anni. Ora la stessa Todde riparte da quella idea e nel Movimento prende forma l’idea di una norma ad hoc, rafforzata rispetto a quella del 2018, per impedire alle imprese di delocalizzare in modo aggressivo. Andrà trovata una sintesi politica dentro la maggioranza, operazione tutt’altro che semplice, e soprattutto bisognerà capire come configurare i nuovi strumenti per contenere il fenomeno della delocalizzazione. Con la consapevolezza che tirare troppo la corda rischia di produrre però l’effetto opposto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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