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La Psiche ai tempi di coronavirus #22 - L’ombra del trauma sulle famiglie italiane è reale

Di Dott.ssa Lara Franzoni
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Lyubov Ivanova - Getty Images
Photo credit: Lyubov Ivanova - Getty Images

From ELLE

Vivere dove viene minacciato il nostro senso di sicurezza e il nostro bisogno di salute significa essere coinvolti in una situazione potenzialmente traumatica per la nostra mente. La sicurezza riguarda la nostra integrità fisica, il potersi proteggere, ma anche il sapere di ricevere aiuto e il poter fare previsioni sul domani: la possibilità di fare una previsione quello che succederà nel futuro non è un capriccio, è necessaria alla mente umana per stare bene. Quando questa possibilità viene meno si vede aumentare il senso di insicurezza che se protratto per lungo tempo allaga la mente di paura e impotenza.

Siamo soliti pensare ad un trauma come ad un evento individuale e improvviso che genera una valanga di sensazioni acute. Tuttavia, anche dove c’è un gap tra le difficoltà da affrontare e le risorse a nostra disposizione il trauma si fa largo: un cammino costellato dalla continua presenza di eventi negativi a cui la mente deve far fronte e che possono segnare profondamente. La ripetuta necessità di far fronte alle sofferenze, senza altra possibilità di decomprimere, possono sul lungo periodo far emergere grosse dosi di stress le persone che mai prima d’ora erano state male psicologicamente.

I lutti non elaborati, i problemi di salute, il dolore mentale, le ristrettezze economiche, le limitazioni individuali, l’incertezza del futuro, lontananza dei familiari e la perdita delle opportunità segnano il passo di questa strada. Questo è un problema di tutti, di tutte le famiglie ed è necessario un intervento comune, collettivo, bisogno testimoniato da qualsiasi ricerca sugli effetti mentali della pandemia e dall’aumento nell’uso degli psicofarmaci. Siamo entrati tutti insieme in questo trauma e tutti insieme dovremo uscirne.

In queste giornate tanti colleghi stanno evidenziando il pericolo che la sensazione di impotenza e lo stress protratto costituiscano un mix in grado di segnare anche coloro che avevano vissuto costruttivamente la prima esperienza del lockdown. Viene naturale chiedersi se ci siano differenze psicologiche da tra la prima e la seconda ondata. Si, anche nello spirito con cui vengono vissute. Chi aveva “sfruttato” la prima quarantena concentrandosi positivamente su ciò che si poteva fare, sul centrarsi su sé stessi usando bene il tempo, sul trovare la risorsa personale nel vincolo comune, ora vede ora vanificati i propri sforzi. La vicinanza dell’estate e la speranza ci facevano prima sentire più positivi.

Ora c’è un grosso senso di oppressione e ansia in chi aveva vissuto in modo sufficientemente sereno la prima ondata. In questo momento molte richieste di aiuto arrivano dagli uomini, forse anche sollecitate dalle preoccupazioni lavorative ed economiche (di solito sono soprattutto le donne che cercano un aiuto psicologico), da paure di ogni tipo nei bambini, e tanta aggressività. Ci sentiamo tutti più vulnerabili e il timore di non poter essere aiutati amplifica questa sensazione. Inoltre, chi era single sta riscontrando ovviamente limitazioni oggettive che non permettono la socialità con gli amici e la conoscenza di persone in grado di diventare affetti di riferimento.

Cosa possiamo fare per proteggerci dagli effetti di questa seconda ondata?

Per prima cosa quello che stiamo provando è del tutto comprensibile nella condizioni in cui ci troviamo, diciamolo esplicitamente a chi sta male. E’ normale avere reazioni “strane” come provare ansia senza alcun apparente motivo o far fatica a dormire. Ma se la razionalità non ci tranquillizza, dobbiamo intervenire sul piano emotivo: abbiamo bisogno di gesti concreti e simbolici che ci facciano sentire sicuri, protetti, ma anche vicini. Limitiamo l’uso di televisione, pc e telefono allo stretto necessario lavorativo e di studio e facciamo cose materiali e concrete. Iniziamo a ragionare su come potremo recuperare e metabolizzare le perdite di questi mesi. Ma soprattutto, accendiamo il faro sulla salute mentale prima che sia troppo tardi.

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