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La qualità dell'aria potrebbe influenzare la pandemia

·3 minuto per la lettura

AGI - Potrebbe esistere una correlazione tra l'alta concentrazione di particolato atmosferico e la gravità delle ondate di infezione. Lo sostengono in un articolo pubblicato sulla rivista Earth Systems and Environment gli esperti dell'Università di Ginevra (UNIGE) e del Politecnico federale di Zurigo (ETH), che hanno analizzato le possibili interazioni tra livelli elevati di particolato fine e gli effetti sulla trasmissione piu' rapida e la sintomatologia acuta di Covid-19.

"Le alte concentrazioni di particelle di dimensioni inferiori a 2,5 micrometri - afferma Mario Rohrer, ricercatore presso l'Istituto di scienze ambientali della Facoltà di scienze dell'UNIGE - potrebbero modulare e addirittura amplificare le onde di contaminazione da SARS-CoV-2 e spiegare in parte il particolare profilo della pandemia".

Il team ha preso in considerazione studi e ricerche precedenti condotte in Italia e in Francia, secondo cui Covid-19 era presente in Europa alla fine del 2019, anche se il forte incremento di morbilità e mortalità sembra risalire alla primavera del 2020. "L'aumento delle polveri sottili - spiega l'esperto - è generalmente favorito da inversioni di temperatura dell'aria, caratterizzate da situazioni di nebbia o da intrusioni di polveri sahariane".

Gli scienziati evidenziano misure preventive legate all'inquinamento atmosferico volte a limitare futuri focolai di morbilità e mortalità dovuti al nuovo coronavirus. "Molti epidemiologi concordano sulla possibilità che esista una correlazione tra le concentrazioni acute e localmente elevate di particelle fini e la gravità delle ondate influenzali - commenta il ricercatore - abbiamo voluto verificare se anche Covid-19 risentisse di questo fattore. Esaminando la letteratura scientifica sulle tempistiche e le modalita' di diffusione della malattia, sembra che ci siano diversi fattori, oltre alla semplice interazione tra le persone, in grado di favorire l'infezione".

Il gruppo di ricerca ha effettuato osservazioni nel cantone svizzero del Ticino, dove l'inquinamento da particelle fini è aumentato bruscamente durante un periodo di nebbia poco profonda sulla pianura di Magadino e nel Sotto Ceneri. "Poco dopo questo evento - riporta l'autore - è stato registrato un aumento significativo di ricoveri ospedalieri per Covid-19. Bisogna sottolineare, tuttavia, che nello stesso periodo è stato celebrare un evento legato al carnevale a cui hanno partecipato circa 150 mila visitatori, il che ha molto probabilmente influito notevolmente sulla diffusione della malattia".

Secondo i risultati del team, l'andamento in crescita della curva di contagio in alcune aree risulta collegato alle fasi in cui i livelli di particelle fini nell'aria erano più alti. "Concentrazioni elevate di particolato - sostiene Rohrer - possono provocare infiammazioni delle vie respiratorie, polmonari e cardiovascolari e contribuiscono all'ispessimento del sangue. In combinazione con un'infezione virale, questi fattori possono aggravare le condizioni di Covid-19. L'infiammazione potrebbe anche facilitare l'attaccamento del virus alle cellule dell'organismo".

Il ricercatore aggiunge anche che il coronavirus può essere trasportato dalle particelle fine, come ipotizzano alcuni studi scientifici a riguardo. "Sarà necessario condurre ulteriori approfondimenti - conclude Rohrer - ma le probabilità sembrano a favore della nostra ipotesi. Ad ogni modo, sebbene l'inquinamento da particolato possa facilitare la trasmissione del virus e la manifestazione di sintomatologie grave, il corso della pandemia dipenderà fortemente anche da fattori fisiologici, sociali o economici. Il nostro lavoro evidenzia la necessità di adottare misure preventive in caso di futuri aumenti delle concentrazioni di particolato fine".