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La riforma fiscale parte da 2-3 miliardi. La prudenza del Tesoro per la variante Delta

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Daniele Franco (Photo: FABIO FRUSTACIANSA)
Daniele Franco (Photo: FABIO FRUSTACIANSA)

Quanto sia necessario preservare i conti da operazioni onerose l’ha spiegato il ministro dell’Economia Daniele Franco ai suoi sottosegretari durante la riunione che ogni martedì mattina si tiene al Tesoro per fare un punto sul lavoro settimanale. Quello del ministro non è stato un discorso generico sulle finanze pubbliche, ma un’indicazione, contabile e politica, precisa: la riforma fiscale, che entro fine mese debutterà con il disegno di legge delega, potrà contare al momento su 2-3 miliardi. I soldi saranno stanziati con la legge di bilancio in autunno, la dote quindi potrà aumentare, ma al momento l’indicazione è la massima prudenza. Imposta da un convitato di pietra che può tornare a essere un fattore destabilizzante non solo a livello sanitario, ma anche economico: la variante Delta.

Il combinato disposto tra la previsione di un aumento dei contagi ad agosto e l’imprevedibilità del trend di diffusione della variante sul medio periodo generano non solo attendismo e una riforma fiscale in versione mini dal punto di vista delle risorse, ma anche un ragionamento più ampio, collegato alla natura light dell’intervento sulle tasse. Questo ragionamento dice che il deficit, già stressato con le manovre anti Covid, va preservato. Al momento non si parla di nuove chiusure delle attività economiche, ma allo stesso tempo in più di un ambiente di governo nessuno può escluderlo a priori. La coda velenosa di questo pensiero è mettere in conto nuovi aiuti e quindi un nuovo ricorso al deficit. Ecco perché una riforma del fisco finanziata in modo importante dallo stesso deficit risulta incongruente con un quadro generale dell’economia che potrebbe essere interessata da altre priorità, in ogni caso da un’urgenza maggiore che è appunto quella dei ristori.

Da qui a ottobre, quando arriverà la manovra, ci sarà tempo per valutare se rafforzare l’impegno in linea con l’andamento dei contagi, e questo intervallo di tempo spiega anche la portata “molto generica”, come la definisce una fonte di Governo di primo livello, del disegno di legge delega che il Consiglio dei ministri approverà entro fine mese, molto probabilmente in una riunione che dovrebbe tenersi il 30 luglio. Qui la questione si fa anche politica perché dettagliare troppo la delega significherebbe aver trovato una sintesi definitiva su una serie di questioni. Le questioni si chiamano flat tax, scaglioni dell’Irpef, patrimoniale. Sono tutti temi divisi tra le forze politiche che compongono la maggioranza. Sulla flat tax per le partite Iva c’è la Lega che vuole rilanciare il suo modello fiscale, ancora sull’Irpef i 5 stelle spingono per una riduzione delle aliquote da cinque a tre mentre il Pd è più per la soluzione dell’aliquota continua sul modello tedesco. Per non parlare della patrimoniale. Basta ricordare la polemica che montò a fine maggio, quando il segretario dei dem Enrico Letta propose di tassare i grandi patrimoni per ricavare una dote da destinare ai diciottenni. Il lungo e accurato lavoro preparatorio fatto dal Parlamento ha smussato molte di queste divisioni, le posizioni dopo sei mesi di confronto si sono avvicinate, ma bisognerà capire se questo ravvicinamento reggerà durante la discussione a livello governativo.

Lo spazio politico per portare a compimento questa discussione non c’è. Dieci giorni sono troppo pochi e il disegno di legge delega non può subire slittamenti perché è una delle tante scadenze concordate con Bruxelles nell’ambito della road map del Recovery. Non ci sono neppure le condizioni politiche dato che già altre questioni, a iniziare dal green pass e più in generale la gestione della pandemia, impongono a Mario Draghi la necessità di mediare e di trovare una linea comune dentro alla maggioranza. Per tutti questi motivi il disegno di legge delega conterrà solo delle indicazioni di principio, mentre le questioni più spinose saranno rinviate ai decreti delegati. Dal Parlamento è uscita una proposta con una base minima di riforma, dal taglio dell’aliquota Irpef ai contribuenti nella fascia di reddito tra 28mila e 55mila euro, la semplificazione dell’Ires, la cancellazione dell’Irap, lo stop alle micro tasse come quella sulla laurea e il superbollo. Il disegno di legge delega, invece, sarà molto più indefinito nelle azioni da intraprendere. Non per questo rinuncerà a mettere nero su bianco il principio portante: il fisco va semplificato per ridurre il prelievo. Dalla riforma e dal taglio delle tax expenditures potranno arrivare risorse importanti, ma l’accetta andrà calibrata tenendo conto che la decurtazione e il riordino delle agevolazioni si è sempre rivelata un’impresa complessa, per non dire impossibile, dato che è legata al tema delicato del consenso. Per ora si parte con grande prudenza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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