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La storia di Cecilia Mangini, prima (rivoluzionaria) documentarista italiana

·4 minuto per la lettura
Photo credit: Archivio Cecilia Mangini
Photo credit: Archivio Cecilia Mangini

Quando Cecilia Mangini ci ha lasciato, lo scorso gennaio, lo ha fatto in punta di piedi. Aveva 93 anni, molti dei quali passati dietro la macchina da presa, cercando di "acchiappare ciò che è unico", stringendo collaborazioni proficue e stimolanti, sempre entusiasta del suo lavoro. Nata in provincia di Bari da una famiglia di piccoli industriali che sarà travolta dalla crisi economica degli anni Trenta, si trasferisce appena bambina a Firenze, pur continuando a mantenere un legame molto forte con la sua terra di origine. La passione per la fotografia arriva molto presto, ma lo scoppio della Seconda Guerra mondiale travolge un po' tutto e tutti, e così Cecilia viene mandata a studiare in un collegio svizzero. Qui scopre il cinema di Jean Renoir e del nascente Neorealismo: resta folgorata dal mondo dalle pellicole, e ne farà il suo primo lavoro. Si trasferisce infatti a Roma per lavorare nella federazione nazionale dei cineclub, dove conosce il suo futuro marito, il regista Lino Del Fra. Nel frattempo, tra la visione di un film e un altro, scopre la fotografia: inizia a praticare la Street Photography, a girare per le strade per cogliere momenti autentici di vita vissuta.

Photo credit: © Cristina Torelli
Photo credit: © Cristina Torelli

Fin da subito, ciò che interessa maggiormente la futura documentarista è l'umanità. Un'umanità che vive, si dibatte, si diverte, soffre. In questi anni di grandi cambiamenti della società italiana - siamo negli anni Cinquanta - la Mangini comincia a collaborare con varie riviste di cinema, continuando a fotografare in giro, su e giù per la Penisola. Quando le arriva la proposta da parte di un celebre produttore italiano di realizzare dei documentari, Cecilia è entusiasta. Sarà la prima donna in Italia a occuparsi di cinema documentaristico, un genere "nuovo" per il nostro Paese, ma per molti anche poco adatto a una donna. Come era accaduto per la fotografia, Cecilia si ritrova ancora una volta a combattere contro i pregiudizi. I suoi primi lavori sono con il marito e con Pier Paolo Pasolini. La loro collaborazione nacque per caso: non conoscendolo di persona, la Mangini cercò il suo numero sull'elenco telefonico. Lui rispose e accettò di incontrarla. Affascinati entrambi dalle periferie, realizzano Ignoti alla città, ispirato al romanzo pasoliniano Ragazzi di vita. Il cortometraggio è un affresco delle borgate romane, tra espedienti, baruffe e desideri, e intende svelare il lato più oscuro del boom economico degli anni Cinquanta, che esclude le classi subalterne. L'esordio cinematografico della Mangini fu piuttosto movimentato: rifiutato alla Mostra del Cinema di Venezia, il documentario fu censurato e infine assolto dopo una battaglia parlamentare. Questo esordio segnò però anche l'inizio di una fortunata collaborazione con Pasolini: nel 1962 realizzarono insieme La canta delle Marane. Il soggetto è molto semplice: si racconta l'estate romana di una banda di ragazzini di borgata che cercano refrigerio nelle pozze d'acqua.

Photo credit: Paolo Pisanelli
Photo credit: Paolo Pisanelli

Ancora oggi, La canta è considerato il miglior documentario della storia del cinema italiano. Cecilia Mangini non si fermò a raccontare solo Roma, ma scese verso Sud con Stendalì - Suonano ancora, questa volta documentando le prefiche che nel remoto Salento, intonano canti funebri di tradizione greca. Sono gli anni de I viaggi nel Sud di Ernesto De Martino, delle sue indagini sul tarantismo pugliese e sui misteriosi rituali di un remoto meridione. Realizza così il documentario Maria e i giorni, soffermandosi per la prima volta su una figura femminile intrisa di cultura contadina, superstizione e solitudine. Negli anni Sessanta la Mangini affronta un altro filone: è quello politico e militante. All'armi siam fascisti ripercorre l'ascesa del partito fascista e poi il suo declino, fino agli anni Sessanta. Ancora una volta, la documentarista incorre nella censura per i toni provocatori, ma sia la critica sia il pubblico sono dalla sua parte e il documentario si rivela un gran successo. Gli anni Settanta sono gli anni della presa di coscienza femminista e del grande impegno nel raccontare la condizione delle donne italiane. Vengono fuori riflessioni sul ruolo della donna all'interno della famiglia, sulla necessità degli asili nido, sulle rivendicazioni per i salari equi. Essere donne è un documentario sempre attuale, che racconta ciò che siamo state e cosa ancora non siamo. Sono tanti i lavori di questi anni, tra impegno politico e voglia di raccontare la povertà delle campagne o il lavoro in fabbrica. Negli anni Ottanta poi, il silenzio: l'Italia non sembra più interessata ai documentari, il cinema di finzione - comunque in crisi - attira sempre di più. E così Cecilia Mangini vive anni, decenni di pausa dalla sua grande passione. Una lunga pausa interrotta solo negli anni Dieci del Duemila, quando viene travolta da una grande riscoperta del suo lavoro e della sua personalità. E così, Cecilia ritorna dietro alla macchina da presa, raccontando in Viaggio con Cecilia, la sua Puglia vittima del pasoliniamo "sviluppo senza progresso", che si concretizza in una movida senza senso e senza futuro. Nessuno ha mai raccontato l'Italia come Cecilia. Lei lo ha fatto, senza paura, senza temere la censura, che pure è arrivata sui suoi lavori. Lo ha fatto raccontando gli ultimi, coloro che vivono nell'ombra, lontani dalle luci del cinema di finzione. La sua, è un'eredità preziosissima.

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