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La storia di Gina Lombroso e della sua continua lotta tra l’essere una donna di inizio ‘900 e essere se stessa

·4 minuto per la lettura
Photo credit: Bettmann - Getty Images
Photo credit: Bettmann - Getty Images

Schiacciata dall’insanabile contraddizione tra l’essere una donna di inizio ‘900 destinata a diventare moglie e madre e la scelta di diventare medico, Gina Lombroso ha allo stesso tempo incarnato la sua epoca e rotto diverse convenzioni. A cominciare da quella di studiare ciò che la appassionava.

Gina Lombroso voleva studiare medicina

Al principio infatti la famiglia l’aveva indirizzata verso lettere, ma a lei che già collaborava con il padre Cesare Lombroso interessava di più la medicina. Si iscrive alla facoltà che aveva sempre desiderato a 25 anni, dopo essersi laureata in lettere e aver lavorato per molti anni al fianco del padre. In famiglia c’era un tacito accordo: tutti dovevano sostenere l’impegno scientifico del capo famiglia. Ma Gina era destinata a percorrere anche altre strade. E ne ha percorse molte, per il mondo.

Photo credit: DEA / BIBLIOTECA AMBROSIANA - Getty Images
Photo credit: DEA / BIBLIOTECA AMBROSIANA - Getty Images

Nata a Pavia nel 1872, pochi anni dopo si trasferisce con la famiglia a Torino ed è lì che frequenta scuola e università. Sempre lì che incontra Anna Kuliscioff che non solo è impegnata politicamente e avvicina le sorelle Lombroso al socialismo, ma è anche una donna emancipata, indipendente e madre single. Diventa un role model da imitare. Fino a un certo punto, però. Nel 1901 Gina si sposa, seppure con rito civile e dopo un lungo fidanzamento pieno di dubbi. Era restia a lasciare il suo lavoro al fianco del padre e Guglielmo Ferrero, il marito, non sembrava particolarmente aperto a una collaborazione. Che infatti non funziona nonostante gli sforzi di Gina. Quando nasce il primo figlio, Leo, ha già abbandonato l’idea di una carriera universitaria ma non è comunque disposta a fare solo la madre.

Gina Lombroso e la passione per l'America Latina

È lei a convincere il marito ad accettare una serie di conferenze in America Latina dopo un corso tenuto al Collège de France a Parigi. Salpano da Genova a metà maggio del 1907 e sbarcano a Rio de Janeiro il 24 giugno. La città la colpisce subito: “Non c’è in verità una Rio. Ci sono molte Rio, differenti le une dalle altre, riunite solo dalla comunanza del nome, dalla vicinanza degli edifici.” La tappa seguente è Buenos Aires dove sono “ricevuti come sovrani” – scrive la stessa Gina nel libro Nell’America meridionale che pubblicherà l’anno dopo.

Tra luglio e novembre saranno a Rosario, Córdoba, San Miguel de Tucumán, Santiago del Estero e Mendoza in Argentina; a Monevideo in Urugay; a Rio de Janeiro, San Paolo e Belo Horizonte in Brasile. Si spostano in treno o in nave, qualche volta a piedi o a cavallo per visitare le zone più interne. Per Gina è l’occasione di dedicarsi a una vasta indagine sulle condizioni di carceri e manicomi, in alcuni dei quali si applicano le idee del padre, ma anche scuole.

Nel racconto che farà di questo viaggio, prima come corrispondente di alcuni giornali e poi nel suo libro, non si limiterà a descrivere i paesaggi, la natura, l’agricoltura, né solo carceri e manicomi che visita per interesse professionale, ma si appassionerà anche all’organizzazione economica e sociale con particolare attenzione alle colonie italiane.

A Ginevra in esilio

Al rientro in Italia l’attende un grande dolore, la morte del padre nel 1909. Dopo aver collaborato con lui per molti anni si sente disorientata ma coglie l’occasione per ampliare i suoi interessi e concentrarsi maggiormente sulla condizione femminile. Intanto arriva la figlia Nina e un altro trasferimento, stavolta a Firenze. Qui fonda con Amelia Rosselli e Olga Monsani l’Associazione divulgatrice donne italiane con l’obiettivo di “indurre la donna italiana a prender parte allo sviluppo scientifico, sociale, politico, filosofico del paese”.

Si schiera con l’interventismo quando scoppia la Prima Guerra Mondiale ma le cose presto precipitano con l’ascesa del fascismo. Antifascisti sin dalla prima ora, Gina e Guglielmo riparano prima in campagna e poi a Ginevra quando la situazione si fa pericolosa. Nel 1930 sono ormai sorvegliati a vista ed è più sicuro levare le tende. Smettere di lavorare invece mai, dalla Svizzera continua a scrivere e finisce per essere molto più nota all’estero che in Italia.

Gina Lombroso e la lotta per la condizione delle donne

Quello che più le interessa adesso è la condizione femminile. Il padre era convinto che la donna fosse biologicamente inferiore all’uomo e Gina ha sempre vissuto in prima persona questa forte contraddizione: la considerava inferiore eppure si avvaleva del suo aiuto? Lei stessa da una parte accetta il destino di moglie e madre, dall’altra non rinuncia studiare e lavorare. Ma sempre con la mediazione di un uomo, prima il padre e poi il marito.

È contraria al voto alle donne e più in generale al femminismo, che considera una pericolosa tendenza a mascolinizzare le donne. Crede che il destino di una donna – occuparsi della famiglia – non sia subordinato all’uomo, solo complementare. E ammette la possibilità che le donne possano realizzarsi anche nel lavoro ma sempre in attività alterocentriche, cioè dedicandosi agli altri: medicina, insegnamento, letteratura.

Gina non torna più in Italia, muore in esilio poco prima che la fine della guerra decreti la caduta del nazifascismo a cui si era opposta creando nella propria casa ginevrina un vero e proprio circolo antifascista. Spesso fornendo anche rifugio ai fuoriusciti. Se ne va a fine Marzo del 1944, due anni dopo la morte del marito.

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