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La storia straordinaria della (vera) Regina degli Scacchi, l’ungherese Judit Polgár

Di Andrea Angiolino
·4 minuto per la lettura
Photo credit: courtesy
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From ELLE

Quando la realtà supera la fiction: Judit Polgár proprio come Beth Harmon, è diventata il più giovane "grande maestro" a soli 15 anni, sconfiggendo molti uomini. E ora si batte perché le bambine abbiano le stesse opportunità dei ragazzi. In ogni campo

Se ora anche gli scacchi ci fanno sognare, molto è merito di Anya Taylor-Joy, protagonista di una serie Netflix (La regina degli scacchi) già diventata cult. Ma se la fiction vi ha incuriosito davvero, potrebbe interessarvi conoscere la storia vera della più grande scacchista di sempre, l’ungherese Judit Polgár, che oggi ha 44 anni e che a 15 è diventata il più giovane “grande maestro” di tutti i tempi, il massimo titolo che la Federazione internazionale degli scacchi attribuisce ai suoi campioni. E le ambizioni di una donna, in un mondo tenacemente maschilista e conservatore come quello degli scacchi, non sono facili da difendere.

Photo credit: courtesy
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Judit Polgár ha risolto il problema dando scacco matto a 11 campioni del mondo, tra cui Anatolij Karpov e Garri Kasparov (entrambi più famosi di lei). Tutto, racconta, è iniziato da lontano: «Ho cominciato a giocare a 5 anni, perché sono cresciuta in una famiglia speciale. Ho due sorelle più grandi e i nostri ci hanno educato in modo molto insolito. Non a scuola ma a casa, dedicandoci a un settore specifico: gli scacchi. Davamo gli esami, ma imparavamo quasi tutto da ciò che facevamo ogni giorno».

Per suo padre László era un esperimento: dopo aver studiato 400 biografie di persone di successo, si era convinto che geni si diventa specializzandosi da piccoli. Per lei era comunque un gioco?

Dapprima sì. Ho sempre tenuto agli aspetti ludici, scientifici e culturali degli scacchi, ma competizione e risultati sono presto diventati prioritari. A 7 anni partecipavo ai tornei, ne avevo 9 al mio primo evento internazionale e a 12 con le mie sorelle eravamo campionesse olimpiche. Visitavamo tanti Paesi scoprendo culture, cibi, edifici, modi di pensare: tutto ciò che puoi assorbire da altre nazioni.

Doppia sfida, da donna e da giovane.

È uno sport dominato dagli uomini. Ma i miei dicevano che solo perché sei una ragazza non vali meno di un maschio e se lavori duro puoi superare tutti. La prima ad affrontare uomini è stata mia sorella maggiore. Poi ha puntato al titolo mondiale femminile, il suo più grande risultato. Io non ho mai voluto limitarmi a quello, convinta che le donne possano raggiungere gli stessi traguardi dei maschi. All’inizio ero criticata: “È solo una ragazzina. Ce l’ha fatta una volta, è un colpo di fortuna”. Ma negli anni ho guadagnato il rispetto degli avversari col mio gioco, il mio modo di fare e i risultati. Sono stata fra i 10 migliori giocatori al mondo, la più alta donna in classifica per 26 anni. Lo sono rimasta perché puntavo ancora più in alto.

Al top ha lasciato.

Mi sono ritirata dagli scacchi agonistici nel 2014. Nel 2012 avevo creato la mia fondazione, già organizzavo il Global Chess Festival... Ho scritto tre libri, i miei figli crescevano. Ho proposto gli scacchi come materia alternativa in un programma scolastico che in Ungheria ha coinvolto 25.000 bambini in sei anni. Sentivo di poter usare la mia creatività per quello in cui credo, lontana dalla scacchiera: se fai tante cose non puoi concentrarti su uno sport al massimo livello.

Gioca ad altro?

A backgammon e ad altri giochi coi miei figli. Amo giocare e credo che sia essenziale, da 0 ai 120 anni. Si impara a perdere, a rispettare gli altri... A volte si apprende molto più dai giochi che dal resto. Non solo dagli scacchi, ce ne sono tanti: basta scegliere quelli più adatti a sé. E poi i giochi tengono unite le generazioni, cosa molto difficile oggi.

Ha insegnato gli scacchi ai suoi figli?

Sì, fin da piccoli. Alle elementari partecipavano ai tornei. Poi hanno deciso che non erano così interessati e si sono dedicati ad altro.

Non li ha cresciuti col metodo dei nonni.

I miei erano insegnanti, molto appassionati nelle loro convinzioni. Vivevamo modestamente, tirarci su così ha anche aperto delle opportunità. Ma io ho la mia carriera, mio marito è veterinario. E non siamo convinti che specializzarsi sia l’unico modo per crescere, né il migliore. Vogliamo che i nostri figli sappiano le lingue, vedano il mondo per aprire la mente e imparare la tolleranza. A certe cose ci teniamo. Ma li mandiamo a scuola.

E si batte per le bambine.

Genitori, nonni, insegnanti dovrebbero credere allo stesso modo in bimbi e bimbe. Tutti cercano consensi: ma se una bambina ne riceve perché ha bei riccioli o fantastici occhi blu, o perché aiuta la mamma, quello diventa il modo più facile di averne. A un ragazzino non dicono che è un angioletto ma che è intelligente, che ha occhi furbi. Gli chiedono come va a scuola, che materie o giochi preferisce. Tutti ci mettono del loro, anche quando entri in un negozio e ti dicono “come sei carina!”. Spesso si fanno danni con le migliori intenzioni. Anche le madri: non sempre incoraggiano le figlie a continuare gli studi. Certo in alcuni Paesi le bambine hanno più opportunità, in altri meno: ma occorre aprire le menti. È una battaglia lunghissima.

Lei fa da esempio.

Lavoro, mi do da fare, promuovo questa mentalità. Pian piano, da qualche parte arrivo.