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La Super League non esiste più, Agnelli si arrende

·2 minuto per la lettura

AGI - La Super League europea non c'è più: dopo il ritiro dei sei club inglesi e la marcia indietro dell'Inter, Andrea Agnelli ha preso atto dell'impossibilità di andare avanti. "Ad essere sincero e onesto, no... evidentemente, non è il caso", ha detto il presidente della Juve e grande sponsor del progetto a un giornalista della Reuters che gli chiedeva se l'idea della Superlega fosse ancora praticabile.

Il forfeit delle inglesi

Con una raffica di tweet a breve distanza l'uno dall'altro, martedì sera Manchester United, Liverpool, Arsenal e Tottenham avevano annunciato l'abbandono del progetto e a loro si sono aggiunte le altre due inglesi, Manchester City e Chelsea.

L'Inter ufficializza lo stop

L'Inter in una nota ha confermato che non fa più parte del progetto Super League. "Siamo sempre impegnati a dare ai tifosi la migliore esperienza calcistica; l'innovazione e l'inclusione sono parte del nostro DNA fin dalla nostra fondazione", si legge nella nota, "il nostro impegno con tutte le parti interessate per migliorare l'industria del calcio non cambierà mai. L'Inter crede che il calcio, come ogni settore di attività, debba avere interesse a migliorare costantemente le sue competizioni, per continuare ad emozionare i tifosi di tutte le età in tutto il mondo, in un quadro di sostenibilità finanziaria. Con questa visione continueremo a lavorare insieme alle istituzioni e a tutte le parti interessate per il futuro dello sport che tutti amiamo".

Ceferin esulta

Il presidente della Uefa Aleksander Ceferin in un comunicato ha espresso la sua soddisfazione: “Ieri ho detto che è ammirevole ammettere di aver sbagliato e questi club hanno fatto un grande errore”. Per poi aggiungere: “Ma adesso sono tornati in gruppo e so che hanno tanto da offrire, non solo alle nostre competizioni, ma all'intero calcio europeo. La cosa importante ora è andare avanti insieme e ricostruire l'unità di cui godeva prima questo sport”.

Il naufragio

Si svuota così prima ancora di essere riempito il piatto da 3,5 miliardi di euro finanziato dalla banca di investimento statunitense JPMorgan che avrebbe dovuto essere distribuito tra i soci fondatori per compensare l'impatto della pandemia di coronavirus sui campionati. La reazione alla ventilata secessione era stata dura, con i politici e le autorità calcistiche che hanno minacciato di intraprendere un'azione legale contro la cosiddetta "sporca dozzina", cui sono state paventate esclusioni dalle competizioni nazionali e continentali.