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L'aborto è un diritto, la privacy idem (e la questione dei “cimiteri dei feti” di Roma è scandalosa)

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Xvision - Getty Images
Photo credit: Xvision - Getty Images

From Cosmopolitan

Prima di arrivare alla notizia di stringente attualità, vi chiediamo di prendervi un attimo (perché l'articolo che state per leggere tratta un argomento molto, molto forte), e immaginare le seguenti cose. Immaginate di essere rimaste incinte e di aver avuto un aborto spontaneo, accadimento purtroppo molto comune ma di cui, e ce lo ha ricordato con lucidità Meghan Markle (e, no, non è una cosa trascurabile, è una cosa importante) si fatica ancora parecchio a parlare, o di aver dovuto o voluto intraprendere un aborto terapeutico. Ora continuate a immaginarvi mentre fate i conti con varie cose, certamente soggettive, ma altrettanto certamente complesse, e che possono (non sempre, sia chiaro) comprendere un grande senso di perdita, ansia per il futuro e paura, che talvolta diventa panico, che possa succedere ancora. Pensatevi tristi e confuse o anche semplicemente incazzate per quel che vi è successo, e ora immaginate che qualcuno, senza chiedervi il permesso, abbia preso quel pezzo della vostra storia di vita e se ne sia impossessato, per farlo diventare altro, e cioè un simbolo di un credo che non è il vostro, di una volontà che non è la vostra e di una battaglia che non vi appartiene. Ma con, sorpresa! Il vostro nome sopra. Ebbene, questo è quello che è successo a Marta Loi, la donna che ha denunciato l'esistenza del "cimitero dei feti" all'interno del Flaminio di Roma, ovvero una distesa di croci bianche con scritto sopra il nome della donna che ha abortito. E se vi state chiedendo chi possa aver compiuto un simile scempio, della privacy ma pure di molto altro, la risposta, quantomeno sinistra, è le associazioni ultra cattoliche che, agendo alle spalle della famiglia ma con il lascia passare di un regolamento di polizia mortuaria assai ambiguo, prelevano (ebbene sì) feti e prodotti del concepimento e li seppelliscono con rito religioso, anche qualora i genitori esprimano un diniego all’inumazione. Nelle ultime settimane, tuttavia, qualcosa si sta muovendo. Dopo che a Loi si sono infatti aggiunte le voci di tantissime altre donne all'oscuro del fatto che esistesse una tomba con il loro nome (e solo loro, benché in Italia al nascituro venga dato il cognome del padre, tranne che in questo caso, traete le conclusioni), abuso che fece dire alla stessa Loi, quando denunciò il fatto "questa non è la mia tomba, è quella di mio figlio", in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, è stata presentata un’iniziativa politica per fornire nuove garanzie alla tutela della privacy di chi abortisce a Roma.

L'obiettivo della delibera di Giunta è la modifica del regolamento sulle sepolture, inserendo sulle “tombe” un codice numerico di registro, al posto del nome delle donne che hanno subito un aborto. Durante la riunione congiunta delle commissioni Pari opportunità e Ambiente di Roma Capitale del 25 novembre, Alessandro Aurigi, il capo staff dell’assessora comunale al Verde, Laura Fiorini, ha spiegato il nuovo provvedimento “pronto a essere approvato”. “Se la richiesta da parte delle famiglia sarà ben precisa – ha detto Aurigi – si opererà in un certo modo, altrimenti verrà semplicemente associato un codice identificativo al prodotto abortivo, che verrà inumato, ma garantendo la privacy.”. La stessa Marta Loi è intervenuta, non senza durezza, durante la riunione di commissione, che si p svolta in streaming, sottolineando come in ballo, a suo parere, non ci sia soltanto la privacy, ma anche, se non soprattutto, i diritti delle donne.

“In quei cimiteri – ha detto Loi – non ci sono solo i prodotti delle interruzioni spontanee, ma anche come nel mio caso di quelle terapeutiche consentite dalla legge 194 per la tutela della salute e dell’anonimato della donna che è stato palesemente violato”. E ancora: “Assimilare a un defunto il materiale abortivo tra le 20 e le 28 settimane vuol dire mettere in discussione l’essenza stessa della legge 194”. Nessuno ha parlato dei diritti di scelta delle donne. Diritto a essere correttamente informate e diritto a non vedersi sempre scavalcate da leggi che addirittura consentono entro le 24 ore dall'espulsione anche "ai parenti o a chi per essi" di decidere se procedere o meno con sepoltura ed esequie dei feti abortiti. Anche questa è violenza sulle donne!". Ora, probabilmente quello della privacy era a livello giuridico e legislativo l'appiglio migliore e più rapido, per il Campidoglio che, meno male, ha deciso di intervenire, ma che oltre al diritto all'anonimato ci sia in ballo anche un abuso pesante, al solito ai danni del sesso femminile, pare indubbio.