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'L'America di Margherita Sarfatti', Rossi la sottrae alla damnatio memoriae

·3 minuto per la lettura

'L’America, ricerca della felicità', firmato da Margherita Sarfatti, nel 1937 venne ritirato dal commercio con le leggi razziali, di quel libro si sono perse le tracce. A sessant’anni dalla morte dell'intellettuale veneziana, che aveva creato il mito del 'Dux', il giornalista e scrittore Gianni Scipione Rossi lo sottrae alla damnatio memoriae con il saggio critico 'L’America di Margherita Sarfatti. L’ultima illusione', in libreria dal 28 ottobre per Rubbettino Editore. Margherita Sarfatti non è più l’amante di Mussolini, da qualche anno. Eppure ancora s’illude di poter influire sulle sue scelte politiche. È il 21 marzo del 1934 quando s’imbarca a Genova sul transatlantico 'Rex' alla volta degli Stati Uniti. Ci resta tre mesi. Vuole immergersi nella nazione "più grande del vero", farsene un'idea personale al di là degli stereotipi. Accolta come un’ospite di gran riguardo, tiene conferenze, parla alla radio, cerca di spiegare il fascismo agli americani e, soprattutto, al presidente Roosevelt, che la riceve alla Casa Bianca, nonostante l’antifascismo dichiarato della moglie Eleanor. Al ritorno, Margherita prova a convincere Benito della necessità di stringere rapporti con Washington, nel nome di una comune civiltà, piuttosto che con la Berlino di Hitler. Ma per il dittatore l’America "non conta niente" ed è convinto che, se si scatenasse una nuova guerra europea, resterebbe neutrale.

Mentre la scelta filo-nazista di Mussolini si consolida, la Sarfatti affida dunque a un libro un ultimo disperato e ingenuo tentativo di cambiare il corso degli eventi. Di quei mesi americani Margherita ricorda le scoperte fatte nel "nuovo mondo", distante e pur vicino all’Europa e all’Italia. Ne apprezza, tra luci e ombre, lo stile di vita, la modernità, il crescente ruolo delle donne, persino i grandi magazzini, oltre alla grandiosità della natura, senza nasconderne problemi e difetti. Un mondo complesso, difficile da capire, avverte la Sarfatti. D’altra parte, scrive, "chi non subisce la suggestione del jazz, chi non conosce le salmodie negre, chi non gode e soffre il ritmo sin dentro le ossa e le midolla, difficilmente può comprendere l’America: io non credo che possa amarla". La Sarfatti, invece, se ne innamora, intrigata anche da quel "diritto alla ricerca della felicità" sancito dalla Costituzione americana. Ma forse, nota Rossi, vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e componente del Comitato direttivo dell'Istituto abruzzese per la Storia della Resistenza e dell'Italia Contemporanea "non avrebbe trovato negli Usa la felicità cercata". In America quasi tutto è affascinante: New York, Los Angeles, San Francisco, i grattacieli, le Sierre, la valle di Yosemite, il West, il deserto, le praterie, gli Oceani. Ma, scrive la Sarfatti, "ecco il mare di casa mia, l’Adriatico; piccolo, ma adatto a me; piccolo, ma ameno; piccolo, ma mio; perciò me ne contento, lo amo e non vorrei cambiarlo". Alla fine del 1938 dovrà però scegliere l’esilio, in America del Sud, perché gli Stati Uniti non vorranno accogliere l’ex "regina senza corona".

(d Veronica Marino)

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