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Laura Pausini e quel commento su Maradona (che non era proprio così necessario)

Di Monica Monnis
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Samuel de Roman - Getty Images
Photo credit: Samuel de Roman - Getty Images

From ELLE

È successo anche con la morte di Kobe Bryant a inizio anno. La leggenda del basket è stata celebrata praticamente ovunque senza distinzioni di meridiani e paralleli, se non per alcune eccezioni perpetuate da chi nel giorno più doloroso per chi aveva perso un amico, un marito e un padre ha rispolverato gli scheletri dell'armadio buttandoli nel tritacarne social. Tra queste mosche bianche Felicia Sonmez, una giornalista del Washington Post che a poche ore dalla scomparsa del cestista aveva postato su Twitter un vecchio articolo incentrato sull’accusa di stupro in cui fu convolto Bryant nel 2003 (sospesa temporaneamente, è poi stata reintegrata nella redazione dal quotidiano di Bezos). È lecito in un momento di grande commozione collettiva e di omaggio di uno degli sportivi più amati dell’era contemporanea parlare anche della sua dark side meno encomiabile? Stessa identica domanda per la morte di Maradona, un fuoriclasse sul campo, un uomo fragile e controverso senza il pallone tra i piedi. Ecco, Laura Pausini non ha dubbi in merito.

Sono bastate poche parole, lanciate sui social, per scatenare l’inferno e far volare #LauraPausini al vertice dei trend topic. La cantante in una risposta ad un post di sua sorella si è scagliata contro i media per la copertura data alla morte di Diego Armando Maradona rispetto alla Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne, fatti entrambi del 25 novembre. Per farlo però non ci va leggera (niente fair play per rimanere in tema), sostenendo che "in Italia fa più notizia l’addio di un uomo sicuramente bravissimo a giocare al pallone, ma davvero poco apprezzabile per mille cose personali diventate pubbliche, piuttosto che l’addio a tante donne maltrattate, violentate, abusate". E poi, "Oggi non sono la notizia più importante di questo Paese...nonostante stamattina ne abbia perse altre due. Non so davvero che pensare". Apriti cielo.

Se in tanti hanno appoggiato la riflessione di Laura, sempre in prima linea quando si tratta di abusi, #metoo e femminicidi, altri non hanno apprezzato il poco rispetto riservato al Pibe de Oro e al suo ricordo a poche ore dalla morte. Ovviamente non è colpa di nessuno, tantomeno di Maradona, se il suo addio ha coinciso con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (facendola passare così in secondo piano) e mettere in discussione la sua grandezza è un attentato kamikaze. Allo stesso tempo però va riconosciuta la buona intenzione di Laura, il suo rammarico nel vedere l'emergenza rosa "oscurata" per l'ennesima volta, di assistere al "declassamento mediatico" di una giornata dalla forte valenza simbolica come quella del 25 novembre. Il post, spiega la cantante rispondendo ai fan su Instagram, non era contro il campione argentino ma una critica sullo "spazio dato alla notizia", definendole entrambe di rilievo "e la considerazione che ieri non sia stato così nel giorno a loro dedicato, è un semplice dato di fatto. È un peccato perché entrambe erano importanti”.

"Se Michael Jackson fosse morto ieri sarebbe successa la stessa cosa. Quando se ne vanno uomini così amati nel mondo intero è logico che succeda questo. Non ha scelto lui di morire nella giornata mondiale contro il femminicidio. Anche basta con questa polemica becera", ha twittato Fiorella Mannoia tranchant spalleggiata da chi non ha digerito le parole di Laura (ma anche di Cruciani, Mughini etc) e suo il tempismo nel denigrare uno degli sportivi più conosciuti e apprezzati del mondo. "Qualunque figura pubblica merita di essere ricordata nella sua totalità, anche se è amata e se quella totalità è disturbante", aveva scritto la Sonmez in merito all'affaire Bryant e non è l'unica a pensarla così (ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale).