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Laurea e merito, perché l’ascensore sociale non sale più

Davide Mazzocco
Laurea e merito, perché l’ascensore sociale non sale più

L’ascensore sociale si è bloccato. E si è bloccato ai piani alti. Chi è lassù ci resta, chi è giù non può che abbandonare ogni speranza di salire. In Italia, ma non solo in Italia, la mobilità sociale sembra appartenere al passato. A dirlo non sono i sindacati, non gli studenti, a denunciare l’ibernazione degli status è il premier Enrico Letta.

Sin dal suo discorso di insediamento a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha posto con costanza all’attenzione del Parlamento e dei media la questione della formazione e dell’occupazione giovanile. Un leit motiv da cavalcare quasi obbligatoriamente vista l’erosione dell’elettorato giovanile da parte del Movimento 5 Stelle che ha fatto della meritocrazia uno dei suoi cavalli di battaglia.

Il tema – dimenticato dal centrodestra concentrato su tasse e giustizia – è stato, è e sarà il terreno di incontro-scontro fra Pd e Movimento 5 Stelle . E, di questo tema, il diritto allo studio è, ovviamente, uno dei punti fondamentali. Letta ha descritto il Welfare dello studente, un pacchetto che prevede 100 milioni di euro in borse di studio che dovrebbero dare, a tutti, la possibilità di competere ad armi pari e ai figli dei “non abbienti” di potersi lavorare e aspirare a una cattedra da professore universitario. Insomma, tornare all’Italia di cinquant’anni fa, un Paese dinamico, giovane, nel quale la selezione non veniva fatta sulla base dell’ascendenze famigliari, ma su quella dei talenti da spendere e delle esperienze maturate.

Con la delocalizzazione e la trasformazione dell’Italia in Paese post-industriale sono soprattutto i non laureati a rimanere al palo checché ne dicano le statistiche fuorvianti che, spesso, sottolineano come i diplomati abbiano maggiore appeal presso le imprese che tirano i remi in barca per la crisi.






Ad entrare in crisi non sono soltanto le due “galassie” dell’università e dell’impresa, ma i canali di collegamento fra le stesse. L’incancrenirsi di determinati meccanismi ha portato a reciproche diffidenze: le aziende guardano con scetticismo a chi si presenta con un 110 e lode, specialmente se arriva dal Centro-Sud, ma anche a chi si affaccia sul mercato del lavoro a 27 anni, dopo aver contribuito a fare dell’Italia il paese con il record mondiale di fuoricorso.

Le borse di studio, se assegnate secondo i meriti e non secondo i privilegi, possono essere le “cinghie di trasmissione” utili a far ripartire l’ascensore sociale di cui parla Letta. Perché ciò accada, occorre un nuovo atteggiamento, simile a quello che il fisco dovrebbe mettere in campo con lo strumento del redditometro. Basta con i furbi. Basta con gli studenti che prendono la residenza dai nonni pensionati, con quelli che presentano false dichiarazioni dei redditi e con i mediocri selezionati grazie a falsi diplomi.

Il sistema deve ripartire da un rinnovamento dei docenti. In un mondo di nativi digitali non possono continuare a salire in cattedra docenti che non sanno inviare una mail.

Gli studenti devono avere la possibilità di orientarsi, di scegliere le università che davvero meritano di essere frequentate. E i criteri di giudizio non possono essere circoscritti all’ambito accademico, ma devono tenere conto, per esempio, delle percentuali occupazionali dei laureati dei vari atenei.

Fatte queste premesse, i 100 milioni di euro delle borse di studio dovrebbero trovare una controparte nel mondo dell’impresa. Letta dovrebbe garantire le risorse per lo studio, ma ricevere dal mondo dell’impresa  un feed back in termini di posti di lavoro disponibili per gli stage e per un graduale ingresso nel mondo del lavoro.

“L’Italia giusta”, tanto per rifarci a uno slogan dell’ultima campagna elettorale che il premier ben conosce, può nascere da pari opportunità nella formazione che possano diventare pari opportunità sul mercato del lavoro.

L’equità sociale non è un problema solo italiano, negli Stati Uniti la quota di reddito dell1% della popolazione (vale a dire il 20%) è più che raddoppiata dagli anni Settanta a oggi. Lo stesso trend si osserva in Australia, Canada e Regno Unito, ma, per esempio, in Francia, Germania e Giappone, gli squilibri sociali sono meno accentuati. È una questione di Welfare e l’università (costosissima nel primo gruppo di nazioni, accessibile nel secondo) fa parte di questo Welfare. L’istruzione è uno dei pilastri su cui si costruisce l’identità nazionale e il futuro economico-sociale del Paese: per un’Italia più sana e “giusta”, la premessa è un’istruzione altrettanto “giusta” che appiani gli squilibri creati da privilegi e clientele.  Alla politica il compito di fare da garante di questo salto di qualità.