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Laurel Hubbard, prima atleta olimpica transgender, è stata eliminata ma il suo messaggio è potentissimo

·4 minuto per la lettura
Photo credit: Wally Skalij - Getty Images
Photo credit: Wally Skalij - Getty Images

Laurel Hubbard ha lasciato l'arena olimpica di Tokyo sorridendo e disegnando un cuore con le mani. È stata una fine rapida e sorprendente, per lei che era partita tra le favorite nella disciplina del sollevamento pesi, ed invece, com'è accaduto spesso in questi Giochi, i pronostici non c'hanno preso, e pazienza. Ha sorriso, Hubbard, senza traccia di amarezza, perché la sua, di "road to Tokyo", è stata la più dibattuta, criticata, osteggiata. Lei, infatti, è stata la prima atleta donna transgender a competere alle Olimpiadi, e ha potuto farlo perché l'International Olympic Committee ha deciso che per ora saranno le singole federazioni a decidere le regole per stabilire se atleti ed atlete trasngender possano partecipare alle gare nella rispettiva categoria. Non è piaciuta a parecchi, questa scelta, pure davanti al fatto oggettivo che Hubbard avesse tutti i requisti richiesti dalla International Weightlifting Federation, compresi i livelli di testosterone minori di 10 nmol/l per 12 mesi di seguito. Non è piaciuto, questo via libera alla 43enne neozelandese, al gruppo di difesa delle donne Fair Play For Women, che pochi giorni prima della gara ha postato su Twitter una foto della diciottenne Roviel Detenamo dell'isola di Nauru, che è è stata esclusa a causa della partecipazione di Hubbard. Non è piaciuta ad alcune rivali, come la pesista belga Anna Van Bellinghen che ha detto che “ammettere Laurel a Tokyo è stato un brutto scherzo perché il diritto all’inclusione non deve danneggiare gli altri, negando opportunità sportive che cambiano la vita”. Per non parlare di chi, ideologicamente, è nemico dichiarato dei diritti delle persone trans. Eppure, al netto della nutrita avversione verso questo che rimarrò un precedente storico, mai ci sono state Olimpiadi più pronte di queste, a segnare il cambiamento, con il numero record di 121 agonisti queer. Forse anche per questo Hubbard ha sorriso, quando è stata eliminata: perché sa di essere stata la prima, quella a cui guarderanno le persone trans che, magari silenziosamente perché scoraggiate da un contesto opprimente, cullano il suo stesso sogno a cinque cerchi.

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Dopo la sconfitta, l'atleta ha ringraziato il Comitato Olimpico della Nuova Zelanda, gli organizzatori giapponesi e in particolare il Comitato Olimpico Internazionale dicendo che erano stati "straordinariamente di supporto". Per poi aggiungere: “Penso che abbiano riaffermato il loro impegno nei confronti dei princìpi delle Olimpiadi. Hanno dimostrato, credo, che lo sport è qualcosa che tutte le persone in tutto il mondo possono fare. È inclusivo, è accessibile e penso che sia davvero favoloso. So che la mia partecipazione a questi Giochi non è stata del tutto priva di controversie. Ma sono stati così meravigliosi. Sono stati di grande aiuto e sono molto grato a tutti loro. Non ero venuta qui – ha concluso - per cambiare il mondo. Volevo solo essere me stessa e fare quello che mi piace. La mia presenza non lascerà le cose come prima, nemmeno nello sport: la terra deve essere libera anche per le persone come me”.

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Il messaggio ottimista e pieno di fiducia di Hubbard, tuttavia, dovrà scontarsi per forza di cose sulle nuove valutazione che il CIO ha già deciso di elaborare, a Giochi conclusi. La sua, infatti, è una storia di mezzi passi avanti, e ripensamenti continui, su questo tema. Il Comitato olimpico internazionale aveva socchiuso la porta ai trans nel 2004, ma solo nel 2015, dopo il caso Semenya scoppiato tre anni prima ai Giochi di Londra (e ancora al vaglio della Corte europea per i diritti umani) ha stabilito che per partecipare alle competizioni non è obbligatorio sottoporsi alla rimozione chirurgica dei genitali. I livelli di testosterone devono però essere inferiori, come abbiamo detto, a 10 nanomoli per litro nell’anno che precede la gara. Proprio a Tokyo l’eccesso di concentrazione ormonale ha escluso dai 400 metri le mezzofondiste namibiane Mbone e Masilingi, costrette a reinventarsi velociste sui 200 causa iperandroginia. In questa palese confusione, il Cio, che ha cercato di navigare sul filo del rasoio tra equità e sicurezza da un lato e inclusione dall'altro, senza mai apparire del tutto convincente, ha annunciato un nuovo regolamento “per includere i transgender senza penalizzare chi non lo è”, cucito su misura per i diversi sport. Eppure Laurel Hubbard, che s'è sempre sottratta, timida e riservata, al ruolo di "modello" per la comunità trans, è ottimista, e noi dobbiamo esserlo con lei, che ha perso sorridendo, come la più felice delle ultime arrivate.

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