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"Lavoro 365 giorni l'anno". Spot di Parmigiano Reggiano nella polemica. La replica: "Lo modificheremo"

·2 minuto per la lettura

È polemica sull’ultima pubblicità sul Parmigiano Reggiano girata dal regista Paolo Genovese. Lo spot, una mini puntata estratta dal mediometraggio Gli amigos e prodotto da Akita film, secondo molti utenti non farebbe altro che esaltare lo sfruttamento dei lavoratori.

C’è un gruppo di amici, giovani, multiculturali, aspiranti masterchef in un ristorante stellato che dopo una notte in tenda si mette in viaggio in camper alle 5 di mattina verso la fabbrica del Parmigiano. Tra questi, c’è per esempio Renato, che gira il latte, addensa, separa, dà forma, “da quando aveva 18 anni fa questo tutte le mattine, 365 giorni l’anno”. “Ma davvero lavori 365 giorni l’anno?” chiede una ragazza, e lui ammutolito annuisce.

Tra i commenti degli utenti apparsi su Youtube e su Facebook si legge: “Ma Renatino se serve coglie pure il cotone nella piantagione? Grande Renatino!”, “siamo arrivati alla glorificazione dello sfruttamento padronale. Spezzeremo le tue catene Renatino, ti salveremo dall’alienazione”, “la pubblicità è brutta. E se aveva altri messaggi da quelli che emergono in forma abbastanza imbarazzante, non li si evince”.

“Ci dispiace se la volontà di sottolineare la passione dei nostri casari è stata letta con un messaggio differente, che non abbiamo avuto la sensibilità di rilevare e che, grazie al dibattito accesosi in rete, raccogliamo con grande rispetto - ha poi dichiarato Carlo Mangini, direttore comunicazione, marketing e sviluppo commerciale del Consorzio Parmigiano Reggiano -. Questa la ragione che ci conduce a modificare lievemente la pianificazione della campagna, potendo intervenire sul quarto spot apportando alcune modifiche che accoglieranno quanto emerso”.

Alle numerose critiche ha risposto con un video su Instagram anche Fresi, l’attore protagonista dello spot: ”È solo finzione, è un messaggio pubblicitario di cui ha bisogno lo sceneggiatore per magnificare il prodotto. Si può dire che l’opera sia bella o brutta ma non ne fate una lotta di classe, di politica, una battaglia di lavoro, di diritto dei lavoratori. Non è un documentario”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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