Flessibilità, in Italia una scelta poco allettante

Chi sceglie part-time e congedi nel nostro Paese, ci perde in termini di guadagni e promozioni

Da desiderare in teoria, da rigettare nei fatti: così appare la flessibilità nel mondo dell’impresa italiana, secondo uno studio dell’dell’Osservatorio sul Diversity Management della SDA Bocconi. Una bocciatura senza appello, che spicca nel momento in cui si chiede ai lavoratori, per diversi motivi, di abbracciare uno spirito meno dogmatico in relazione al modo di stare in azienda. Ma, come emerge da questa ricerca, non hanno torto quelli che mostrano scetticismo, visto che la via italiana alla flessibilità si dimostra lastricata di buone intenzioni, ma giusto quelle.

Lo studio dell’Osservatorio ha sondato la totalità della popolazione aziendale, nel periodo 2007-2010, di una grande impresa nazionale la cui diffusione è capillare sul territorio. E ha dedotto che gli impiegati con un contratto part-time, esempio massimo della flessibilità prevista in azienda, sono il 13,2%, in maggioranza donne. Le stesse utilizzano maggiormente i congedi pagati, il 23,5% contro il 18,7% degli uomini, e, in genere a usufruire degli stessi sono coloro che già utilizzano la flessibilità aziendale. Anche i congedi, latentemente, sono un indicatore di flessibilità.

Infine, donne, lavoratori part-time e lavoratori con inquadramento più basso (9,1% degli impiegati, 6,7% dei quadri e 1,7% dei dirigenti) primeggiano anche nel campo dei congedi concessi per disabilità. Nel parallelo con chi lavora con un inquadramento a tempo pieno, quelli del part-time escono sconfitti sul piano della valutazione di fine anno: in  una scala che va da 1 (parzialmente inadeguato) a 5 (eccellente),la differenza media (3,62 contro 3,84), finirà per tradursi nella possibilità dimezzata di ricevere una delle due valutazioni più alte, ottenute dal 21,5% dei lavoratori full-time e dal 10,5% dei part-time. A livello contrattuale, invece, in 4 anni di ricerca, l’88,3% dei lavoratori part-time non ha goduto di passaggi di livello, contro il 72,7% dei full-time. Quindi, a conti fatti, coloro che hanno goduto di almeno due passaggi di livello, sono il 5,7% dei full-time e lo 0,8% di quelli part-time.

Pertanto, chi opta per il part-time ha sette volte in meno la possibilità di avanzamenti di carriera. Chiudono, pur non resi pubblici, i dati relativi a incentivi economici e bonus non automatici: anche questi appaltati, di preferenza, ai lavoratori a tempo pieno. Leggendo i dati, e le valutazioni di chi ha condotto la ricerca, appare evidente che, mentre altrove la flessibilità sembra favorire la maggior responsabilità dei dipendenti, ampliando il bacino di chi ambisce a farne parte, in Italia tutti sono scontenti o non riescono a interpretarne bene il senso.

Le aziende la sfruttano per tagliare i costi, i dipendenti la subiscono e le potenziali ricadute benefiche sul livello sociale non sembrano abbastanza allettanti a fronte dei dati appena elencati. Il circolo, insomma, è abbastanza vizioso in quanto è vero che la flessibilità comporta costi, specialmente indiretti, che gravano sulla diversa disposizione del lavoro in azienda ma dovrebbero essere compensati da benefici a carattere psico-sociale, per chi ne gode, che finirebbero per riflettersi anche sul lavoro, sul piano delle prestazioni. Ma così non è se i “flessibili” guadagnano meno e hanno sette volte in meno la possibilità di far carriera. Agli occhi di chi comanda insomma appariranno come quelli che di fatto producono meno, zavorrando l’azienda, complice anche un certo retaggio aziendale che premia i presenzialisti. Si scordino, allora, bonus e promozioni.

Benetton cerca il "non impiegato dell'anno" e lo finanzia Milano (TMNews) - Basta Aids, razzismo e baci provocatori, il vero tabù del XXI secolo è il lavoro, o meglio la sua assenza, protagonista della nuova campagna di Benetton. Il titolo è "Non impiegato dell'anno" ed è rivolto a tutti i giovani che fra crisi e futuro incerto non sono solo disoccupati, ma sono "non ricercatori", "non attori", "non avvocati", "non politici" insomma non hanno accesso alla professione che amano e per cui hanno studiato. Questi giovani oltre ad essere i protagonisti della campagna, sguardo serio e abiti formali, potranno tentare di avere un aiuto concreto partecipando al concorso indetto da Benetton per i ragazzi fra i 18 e i 30 anni. Fino al 14 ottobre potranno inviare un loro progetto, i 100 più meritevoli riceveranno 5.000 euro di finanziamento dalla fondazione Unhate. "E' un modo- ha detto Alessandro Benetton, alla sua prima campagna da quando ha sostituito il padre Luciano ai vertici dell'azienda - per promuovere il dialogo, aprire dibattiti. Una goccia nel mare, direte voi, ma forse una goccia che darà il via a qualcosa".