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Lavoro nero: Italia diciassettesima nella classifica europea del “sommerso”

L’Italia è al diciassettesimo posto nella classifica europea del lavoro nero. La notizia è di quelle che fanno rumore visto che il nostro paese, nei ranking meno apprezzabili dei dati su lavoro, economia e welfare ci ha abituato da tempo a incassare brutte figure, condite dagli sberleffi e dalle conseguenti lezioncine dei partner europei. Stavolta nella classifica del sommerso compilata dall’Eurobarometro l’Italia si trova nella parte bassa, diciassettesima su ventisette Paesi (diciottesima su ventotto se si conta anche la Croazia che non era censita nel precedente ranking, datato 2007).

L’indagine è stata compiuta in maniera diretta, vale a dire con interviste dirette, potrebbe quindi essere viziata dall’indisponibilità di molti ad ammettere di avere pagato per prodotti o servizi non dichiarati e sommersi. Per avere un dato più credibile occorrerebbe incrociare i dati diretti con quelli indiretti relativi all’uso di contanti, al consumo di energia e alla contabilità nazionale, con esiti tendenti a sovrastimare il lavoro nero.

 In testa alla classifica c’è la Grecia con un 30% che sembra essere frutto della recessione visto che ad Atene, nel 2007, la percentuale era del 17%. Al secondo posto c’è l’Olanda con il 29% e al quarto posto la Danimarca con il 23%, due Paesi “insospettabili”. A Copenaghen la percentuale del sommerso è più che doppia rispetto alla media europea dell’11%. Ecco l’Italia, con il 12%, è appena un punto percentuale sopra la media europea e in sei anni il suo tasso di sommerso è rimasto invariato.

Molti dei Paesi che, negli ultimi anni, mettevano l’Italia dietro la lavagna con tanto di orecchie da somarello, sono ampiamente sopra di noi: Svezia (16%), Lussemburgo e Austria (14%). L’Italia è poco sopra una nazione come la Finlandia (11%) con un welfare esemplare. Fra i Paesi virtuosi la palma spetta alla Germania con un 7% che è stato sicuramente favorito dall’ampio utilizzo del mini job. Anche Francia (9%) e Spagna (8%) fanno meno dell’Italia, ma una volta tanto la posizione nel ranking europeo del sommerso non ci fa arrossire come spesso accade quando si stilano questo tipo di classifiche.
 
Si tratta comunque di un dato da prendere con le molle e che, soprattutto, non deve far abbassare la guardia. In molti settori come l’edilizia, la manutenzione delle auto e i lavori domestici il lavoro nero resta diffusissimo. E mentre la Commissione Europea ha proposto al Consiglio e al Parlamento una piattaforma per mettere in rete gli organismi dei 28 paesi membri che lottano contro il sommerso, in Italia il fenomeno potrà essere contenuto da due fattori.

Il primo è la riduzione del cuneo fiscale che, in Italia, è la prima causa del lavoro sommerso: il 63% di chi paga in nero lo fa per spendere meno. Il secondo motivo è l’inasprimento delle sanzioni, inserito nel decreto Destinazione Italia del Governo Letta che prevede nuove maxi-sanzioni edittali che vanno da una minima di 1.950 euro a una massima di 15.600 euro. Il lavoro nero si sconfigge con le norme e la defiscalizzazione, non certo lasciando che la crisi compia il suo “decorso”: semmai – e il dato sulla Grecia lo dimostra – la crisi prolifera nella recessione.

In un’analisi pubblicata dalla Cgia di Mestre nello scorso luglio e basata su dati 2011,  il numero di lavoratori in nero veniva quantificato in tre milioni, una forza lavoro sommersa capace, con le proprie prestazioni, di produrre 102,5 miliardi di Pil irregolare all’anno, sottraendo così alle casse erariali 43,7 miliardi. Al di là dei dati dell’Eurobarometro, insomma, di lavoro da fare ne resta parecchio.

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