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Le 2500 pagine di accuse allo Stato nel processo voluto dalle famiglie dei morti di Covid

·6 minuto per la lettura

AGI - La salute degli italiani è andata “a schiantarsi nelle fauci della pandemia come una funivia lasciata senza freni”. E'l'immagine, evocativa dell'incidente del Mottarone, scelta dagli avvocati dei familiari delle vittime del Covid come emblema delle responsabilità delle istituzioni nelle 466 pagine dell'atto di citazione depositato al Tribunale civile di Roma in vista dell'udienza dell'8 luglio.

 

"Le istituzioni responsabili per azioni e omissioni"

Una ponderosa ricostruzione, letta dall'AGI, di quanto successo dal punto di vista di chi, mariti, mogli, figli e nipoti - cinquecento persone in tutto - chiede di condannare la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Salute e la Regione Lombardia a un risarcimento per i danni non patrimoniali subiti che ammonta a circa 100 milioni di euro. 

L'atto, firmato dagli avvocati Consuelo Locati, Alessandro Pedone, Piero Pasini, Giovanni Benedetto e Luca Berni, è la 'continuazione' di quello consegnato a dicembre ai giudici capitolini e riguarda, in particolare, la gestione della crisi sanitaria dopo il maggio del 2020 quando, a detta dei legali, Governo e Regione non avrebbero contribuito a un miglioramento della situazione nonostante fossero a conoscenza dell'”assoluta inesistenza di un piano pandemico” così come sarebbe dovuto essere scritto in base a una decisione del Parlamento europeo del 2013 e alle linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e del Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive (Ecdc).

Le responsabilità delle istituzioni, invocate anche sulla scorta di 2099 pagine di documenti allegati, deriverebbero da “atti commissivi e omissivi in violazione della legge e delle disposizioni nazionali e sovranazionali”.

"Da soli i verbali della task force”, si legge nella prima parte del documento, proverebbero le colpe di chi ha governato ora e in precedenza una delle stagioni più buie del nostro Paese. Ne viene citato uno dell'8 febbraio del 2020 da cui emergono le dichiarazioni “esplicite e reiterate” del Ministero della Salute e degli altri partecipanti che si “limitano” a evidenziare l'opportunità di girare uno spot sull'importanza di lavarsi le mani e di utilizzare il gel al posto del sapone.

Colpevoli di avere scelto di “non spaventare la popolazione”, come si evince dal verbale, pur sapendo che l'8 febbraio c'erano già tre casi di positività in Italia coi due cittadini di Taiwan che avevano viaggiato su un treno da Firenze a Roma.

In un contesto in cui si registrava un grande innalzamento dei casi in Cina, si decise di non tracciare gli asintomatici “anche quando l'Ecdc emanava una direttiva in cui si sottolineava l'importanza” di farlo perché erano i soggetti più pericolosi per la diffusione. Tra le varie contestazioni anche quella di avere bloccato solo i voli diretti dalla Cina sebbene fosse noto che da quel Paese arrivassero molti viaggiatori che facevano scalo altrove. 

Da questi verbali in sostanza si rileva che “l'Italia non era dotata nemmeno degli strumenti minimi che potessero essere immediatamente attivati in vista del rischio emergenziale proprio perché nulla era stato fatto nel corso degli anni per preparare il sistema, soprattutto sanitario, ma anche economico e finanziario” per affrontare e rispondere efficacemente all'emergenza. Questo avrebbe contribuito alla perdita di migliaia di vite umane rendendo l'Italia il secondo Paese con più morti di Covid al mondo “dopo il Brasile”.

L'improvvisazione determinata dalla mancanza di un piano

Largo spazio viene dedicato alla questione del piano pandemico anche attraverso i documenti, come il report pubblicato e poi sparito dal sito dell'Oms sulle falle della gestione italiana nella prima fase, resi pubblici in questi mesi dai legali attraverso numerosi accessi agli atti e l'attività del loro consulente, Robert Lingard.

Un tema al centro pure dell'inchiesta della Procura di Bergamo affrontato qui sotto il profilo civilistico. Non solo, in questa prospettiva, il piano era vecchio, ‘fermo' al 2006 con dei fasulli aggiornamenti frutto di “uno scandaloso copia e incolla”, ma anche inattuabile e incompleto.

La responsabilità cadrebbe sempre sui “funzionari e i politici deputati all'adeguamento” che invece non hanno mai completato il loro lavoro.  

Che fosse un “semplice fascicolo di carta” privo di efficacia pratica si può dedurre, secondo i rappresentanti dei familiari, anche dalla circostanza che, dopo l'esplosione dei primi focolai, venne chiesto dal Governo al matematico Stefano Merler di redigere gli scenari della pandemia. Un compito che sarebbe dovuto essere disciplinato da un piano che non c'era.

Inoltre, a testimonianza dell''improvvisazione' italiana, il fatto che in “in fretta e furia” si diede vita a un piano segreto che però sarebbe divenuto esecutivo solo nell'arco di quattro mesi a partire dal febbraio 2020.

Se si fosse costituito un Comitato pandemico permanente, è il ragionamento portato ai giudici, i danni e le vittime sarebbero stati più limitati.

L'"enormità delle circolari e norme per mascherare l'impreparazione"

Al Ministro della Salute e al Presidente del Consiglio è imputato anche di avere avuto la “pretesa” di governare una pandemia senza un piano pandemico operativo, anche perché i piani regionali e locali non erano stati armonizzati. Una “pia illusione” che avrebbe costretto le istituzioni a una reazione maldestra attraverso “un'enormità” di circolari e norme, 550 in meno di un anno, che avrebbero reso farraginosa le catene di comando e arduo il lavoro negli ospedali.

Il mancato aggiornamento del piano sarebbe stato “la punta di un iceberg che, sotto la superficie, nasconde incuria, negligenza, noncuranza, slealtà e grave imprevidenza”.

Le presunte responsabilità di Giuseppe Conte, Roberto Speranza e del resto dell'esecutivo vengono allargate ai predecessori dell'era pre-Covid, a coloro i quali avrebbero mentito. attribuendosi capacità che l'Italia non aveva sviluppato, all'Oms e alla Ue nei questionari di autovalutazione sulle attività di preparazione in vista di una possibile pandemia.  

La Regione scelse il profitto al posto della salute 

 La parte finale dell'atto è dedicata alla Regione Lombardia alla quale viene attribuito di non avere istituito “immediatamente” la zona rossa nei comuni bergamaschi nuovi focolai, come avrebbe potuto fare sulla base del dpcm che davano la facoltà di sigillare i confini anche alle amministrazioni locali.

Sono riportate diverse mail di medici che chiedevano in modo disperato di ricevere dispositivi di protezione e supporto alle Ats, tra cui quelle firmate da Mariano Signori, morto dopo essersi contagiato in ospedale, e da Giuseppe Marzulli, il direttore sanitario che si oppose alla riapertura dell'ospedale di Alzano Lombardo.

Più che essere concentrati sul recupero delle mascherine e sul tracciamento, scrivono i legali, gli amministratori locali e anche Conte sarebbero stati impegnati in campagne a difesa della Bergamo “polmone economico” che non doveva fermarsi.  

Il premier “era a conoscenza” col presidente lombardo Attilio Fontana della grave situazione nel Bergamasco “almeno dal 28 febbraio 2020” ma stabilì di non istituire la zona rossa facendo un'unica zona arancione "solo" il 9 marzo.

Troppo tardi, è l'accusa, per salvare le vite delle persone alla cui storia clinica e al ricordo umano viene riservata l'ultima parte dell'atto, con i racconti dei familiari che reclamano giustizia.             

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