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Le banche centrali ribadiscono la stance aggressiva, borse giù, rendimenti su

Il Simposio di Jackson Hole, svoltosi tra venerdì e il week end, si è dimostrato anche più vulcanico del previsto.

I toni usati da Powell nel discorso di apertura venerdì pomeriggio sono stati più aggressivi di attese che già erravano parecchio in direzione Hawkish.

Ma cosa ha detto il Presidente FED?

  • Il principale obiettivo della FED attualmente è di riportare l'inflazione al target. Senza la condizione della stabilità dei prezzi l'economia non funziona per nessuno.

  • Riportare questa condizione richiede tempo, e azioni volte a ridurre - con la forza - la domanda. Questo richiederà un periodo di crescita sotto il potenziale e un indebolimento del mercato del lavoro. Sono effetti indesiderabili, ma un fallimento nel contenimento dell'inflazione ne imporrebbe di peggiori.

  • L'economia è in rallentamento dal picco del 2021 ma è ancora robusta. Il recente rallentamento dell'inflazione è un buon segno ma un solo dato non basta a convincere la Fed che il trend è solidamente al ribasso.

  • Loro porteranno intenzionalmente la loro stance in territorio restrittivo. L'esperienza passata sconsiglia di ridurre la restrittività della politica monetaria prematuramente.

  • Bisogna evitare assolutamente che la fase di inflazione modifichi le aspettative del pubblico, alimentando ulteriori aumenti e radicandosi. Bisogna quindi aggredire il fenomeno e loro lo faranno con determinazione e risolutezza.

In altre parole, scordatevi che un indebolimento di economia e mercati fermi la loro mano, perché questa debolezza è un fattore atteso e considerato necessario a riportare la stabilità dei prezzi. Una medicina da prendere per recuperare la salute, e non un effetto da evitare.

Inutile dire che i mercati hanno colto al volo il messaggio. L'azionario si è inabissato, e i rendimenti sono saliti, con una tendenza delle curve ad appiattirsi e il 30 anni unico bucket di curva a mostrare un calo di rendimento. L'S&P 500 ha chiuso venerdì sera a -3.37% e il Nasdaq 100 a -4.10%. I rialzi dei rendimenti sono stati un po' contenuti dalla risk aversion, con il 2 anni che ha chiuso a 3.4%.

Nel week end è arrivata, a rincarare la dose, la testimonianza del membro ECB Schnabel. In un discorso che ha toccato vari argomenti, elencando le cause dell'attuale situazione di volatilità di ciclo e prezzi, la Schnabel ha ribadito che la politica monetaria deve porsi l'obiettivo di agire con forza per riportare la stabilità dei prezzi. E questo a prescindere dalla natura dell'inflazione, che sia da domanda o da costi (una conclusione assai pertinente al caso europeo). È fondamentale che la banca centrale preservi la sua credibilità, per evitare derive delle aspettative di inflazione. Se vi è questo rischio, la cautela non è un corso di azione appropriato. Più tempo resta elevata l'inflazione e maggiori saranno i danni, quindi l'azione deve essere risoluta.

Personalmente, ritengo che le argomentazioni esposte siano sensate, ma che giungano, in particolare in US, terribilmente in ritardo. Un discorso come quello di Powell, magari con tono un po' più rilassato, aveva senso, a mio parere, 12 mesi fa, quando l'inflazione era già elevata (la core oltre il 5%) l'attività economica surriscaldata (gli ISM erano entrambi sopra 60), i prezzi delle case volavano. Ma in quell'occasione Powell parlò di inflazione transitoria, di labour market reports che sottostimavano la debolezza del mercato del lavoro, e di necessità di una politica accomodante. La FED comprava 120 bln di bonds al mese (di cui 40 di mortgage backed securitues) e i tassi erano visti a zero per trimestri. Oggi, con l'attività in rallentamento, l'immobiliare praticamente in recessione, e numerosi shock in corso, l FED appare basare la sua analisi su indicatori lagging come l'occupazione e l'inflazione per giustificare una stance continuatamente ultra aggressiva. L'anno scorso ha ignorato i chiari segnali di surriscaldamento dell'immobiliare, che lasciavano chiaramente intendere quale contributo avrebbe dato al CPi la categoria "shelter". Ora non sarebbe il caso di osservare dove puntano i medesimi indicatori?

Certo, la componente alloggi (shelter), oltre il 30% dell'indice, continuerà a gonfiare il CPI nei prossimi mesi, via via che, ad esempio, i contratti di affitto scadono e vengono adeguati (è strutturalmente lagging). Ma, con un immobiliare in forte indebolimento, forse le aspettative del pubblico non vi faranno troppo caso.

La situazione europea è più complessa. L'inflazione è maggiormente l'effetto di shock d'offerta rispetto agli USA, ed è un fenomeno più giovane, nel senso che la sua impennata è più recente e i segnali di picco osservati negli USA sono ancora assenti nei dati Eurozone. Il gap tra prezzi alla produzione e quelli al consumo sembra indicare che sono ancora parecchi gli aumenti che devono "scendere a valle", ovvero trasferirsi sui prezzi finali.

E non dimentichiamo la questione del cambio, con l'€ che ha ceduto oltre il 15% da inizio anno e il Dollaro ai massimi da 20 anni.

Che questo quadro possa essere combattuto con efficacia da massicci rialzi dei tassi da parte dell'ECB, con un'economia già debilitata dall'inflazione, la crisi energetica, e la guerra in Ucraina, è da vedersi. Ma la Banca Centrale europea appare meno colpevole della FED, meno in ritardo, e la sua preoccupazione per il quadro inflattivo mi sembra più giustificata. Anche le aspettative di mercato sembrano sintonizzate su questa lunghezza d'onda. Nel grafico qua sotto abbiamo le aspettative di inflazione del mercato, raffigurate dai breakeven inflation a 5 anni. Per la prima volta da 10 anni quelle Eurozone sono marcatamente superiori a quelle USA.

Naturalmente l'impatto della retorica di Powell venerdì, e quello della Schnabel sabato si sono avvertiti bene alla riapertura dei mercati fin dall'Asia stanotte. Dei principali indici, solo Shanghai ha mostrato un marginale progresso, mentre le altre piazze mostrano cali moderati/discreti (Shenzen, Hong Kong, HSCEI, Vietnam, Jakarta) oppure pesanti (Tokyo, Seul, Mumbai, Sydney, Taiwan).

La seduta europea è partita con gli indici in forte calo, in parte in catch up con la chiusura di Wall Street venerdì, in parte in reazione alle news del week end che hanno pesato anche sui futures USA, in ulteriore calo alla riapertura. Ovviamente le pressioni al rialzo sui rendimenti si sono concentrate in Eurozone, con i tassi USA a salire in simpatia. Inizialmente l'€ ha conservato la sua tendenza a calare, insieme con le altre divise, a fronte di un dollaro supportato dalla stance FED, in particolare contro Yen, visto che la BOJ continua a confermare la sua politica monetaria accomodante.

I movimenti della seduta sono stati forse accentuati dalla ridotta liquidità legata alla chiusura per festività della piazza di Londra.

In assenza di dati macro di rilievo, la questione energia ha continuato a dominare il newsflow. La fase di risk aversion più pesante, la prima parte della mattina, è stata determinata da headline come questa:

  • (BN) GERMAN NEXT-YEAR POWER TRADES AT 1,000 EUROS FOR FIRST TIME

Successivamente, il newsflow ha iniziato a svoltare. Intanto, è cominciato a emergere con maggior chiarezza che la situazione riserve di gas, in Germania in particolare, sta migliorando. Il regulator ha comunicato che le scorte hanno fatto progressi rilevanti, e il Premier ha mostrato una preoccupazione decrescente.

  • GERMAN ENERGY REGULATOR HEAD: WITH GAS STORAGE LEVELS AT 82.7%, WE ARE MAKING PROGRESS FASTER THAN PLANNED

  • PRAGUE - GERMANY'S SCHOLZ: WE WILL GET THROUGH THIS WINTER BETTER THAN SOME PEOPLE THOUGHT A SHORT WHILE AGO.

L'effetto pratico è stato un crollo del prezzo del gas europeo (a tratti -20% e -17% in chiusura di seduta europea), che ha riverberato sul risk appetite, migliorato un po', e sull'€, che ha recuperato contro Dollaro.

Nel primo pomeriggio il newsflow supportivo sul fronte energia è continuato, con l'annuncio di un meeting e di un intervento di emergenza a livello europeo. Personalmente, mi paiono più rilevanti le news del mattino. L'eliminazione di un worst case scenario è sicuramente una buona notizia, ed è possibile che il prezzo del gas scenda anche considerevolmente. Ma ovviamente le pressioni inflattive ci metteranno un bel po' a rientrare, e il gas non è certo l'unica fonte di pressione, come si vede dal grafico raffiguratnte il PPI europeo. Non a caso le pressioni sui rendimenti sono rimaste.

  • EU PREPARING POWER MARKET EMERGENCY INTERVENTION: VON DER LEYEN

  • EU WORKING ON STRUCTURAL REFORM OF POWER MARKET: VON DER LEYEN

L'unico dato macro di oggi, il Dallas Fed manufacturing, è uscito in linea con le attese (-12.9 da prec -22.6 e vs stime di -12.7) e in miglioramento, pur restando solidamente in territorio di contrazione.

L'apertura di Wall Street ha visto i principali indici USA riprendere il calo, con la distribuzione settoriale tipica del pessimismo sul ciclo, con i difensivi in outperformance e i ciclici in difficoltà. L'energy ha però performato, grazie alla forza dell'oil, supportato dall'incombere del meeting OPEC del 5 settembre, dove l'Arabia ha suggerito che la produzione potrebbe essere tagliata. In più ci sono stati incidenti in Libia, e l'amministratore delegato della Shell Van Beurden ha dichiarato che l'idea di una rapida soluzione del problema scarsità è "pura fantasia".

Le piazze europee hanno chiuso con discreti passivi, per rimanendo ad una certa distanza dai minimi di seduta segnati la mattina. La performance settoriale è però risultata bizzarra, con il tech a sottoperformare in Autore: Giuseppe Sersale Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online