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Le gemelle Gheduzzi: la storia di "Massimo ed Emanuele", emblema del calcio femminile

Matteo Baldini
·3 minuto per la lettura

Il calcio dilettantistico nasconde tante storie personali che, talvolta e quasi per sbaglio, riescono a salire alla ribalta: succede in genere quando bisogna raccontare l'epopea di chi è partito dal basso e si è fatto strada tra i professionisti, succede quando si descrivono le vite di miti di provincia catapultati in un sogno più grande di loro. In questo caso però si parla di Emanuele e Massimo Gheduzzi, due che non hanno spiccato certo il volo e che legano la loro storia sportiva alla formazione dell' US Gragnano, piccola realtà attiva nella provincia di Piacenza.

Giovani calciatrici in allenamento | GERARD FOUET/Getty Images
Giovani calciatrici in allenamento | GERARD FOUET/Getty Images

Due giovanissimi fratelli che, nell'ottobre del 1986, furono al centro di un caso che costò l'inibizione al presidente della società Stefano Ferrari, al responsabile delle giovanili Umberto Morganti e all'allenatore Luigi Fiatoni. E cosa poteva essere mai accaduto? Forse una rissa in campo? Magari qualche parola di troppo? No. Successe invece che Emanuele, bomber della squadra, e il fratello Massimo avessero nomi diversi da quelli resi noti dalla società e riportati sui cartellini: Manuela il primo, Deborah il secondo. Erano due ragazzine, due giovanissimi talenti che - in quel momento - non avrebbero avuto modo di giocare a livello giovanile se non fosse stato per l'audace "inganno" di un mister che voleva permettere loro di divertirsi ancora: un taglio di capelli più corto, due nomi da maschio, e via a suon di gol e di corse sulla fascia tra gli Esordienti, insieme ai ragazzi. Le due gemelle, secondo la FIGC, non potevano ancora prendere parte a tornei giovanili: quella scorciatoia così cinematografica, per certi versi romantica, funzionò per qualche tempo ma trovò poi un muro, arrivò all'epilogo in apparenza infausto, alla sconfitta.

Il Giudice Sportivo del Comitato lombardo della FIGC si mosse dunque con severità verso i responsabili di quel "piano", così raccontano le cronache dell'ottobre 1986, procedendo con le inibizioni già descritte. Le stesse ragazze, le due sorelle, finirono l'esperienza coi colleghi maschi e si trasferirono nella formazione femminile del Monza, il FiammaMonza: il "trucco", poi, fu svelato nel modo più banale possibile, con le madri dei giocatori avversari che riconobbero il padre delle due sorelline e, di conseguenza, svelarono l'arcano, frenando le prove da incorniciare di Deborah e Manuela e la corsa del Gragnano.

Calciatrici negli anni '80 | GEORGES GOBET/Getty Images
Calciatrici negli anni '80 | GEORGES GOBET/Getty Images

Tutto in fumo insomma, tutto finito nel rimpianto? No, forse proprio l'opposto. Certo sul momento la reazione fu di disappunto: vincevano, Manuela segnava, si divertivano con quel gruppo di ragazzi e non c'era il peso di alcun imbarazzo, o traccia di diversità, di esclusione. Come spesso accade, però, dopo un muro o dopo un ostacolo la strada torna a scendere, torna quella giusta: la FIGC si attivò per includere le giovanissime nell'attività del calcio femminile e raccolse a partire dalla stagione 1986/87 l'eredità della FIGCF nell'organizzazione del campionato di Serie A. Nessun bisogno di clandestinità da lì in poi, di fingersi diverse per poter giocare ed esprimere il proprio talento: un finale amaro, per due piccole gemelle, tale da trasformarsi però in un percorso importante per tante sportive.

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