Le proteste al tempo della crisi. Pronti a tutto per difendere il posto di lavoro

Scendere in piazza e camminare dietro uno striscione non basta più. Per far sentire la propria voce operai e impiegati, imprenditori e liberi professionisti devono trovare un pulpito, preferibilmente in un luogo ben visibile. Per distinguersi dalle molteplici proteste che percorrono il nostro Paese e l’Europa tutta, i lavoratori scelgono gesti plateali scalando campanili, grattacieli, silos, ciminiere e cupole oppure arrivando addirittura all’autolesionismo. L’escalation delle proteste a effetto si è ulteriormente accentuata nelle ultime settimane con un susseguirsi di notizie che spiegano più di tante parole fino a che punto la crisi – inizialmente soltanto finanziaria – abbia ormai contaminato l’economia reale e, di conseguenza, la vita delle persone.

A Venezia ieri pomeriggio tre operai della Vinyls hanno occupato la cella campanaria di San Marco a Venezia per manifestare contro la grave situazione dello stabilimento di Porto Marghera che da cinque mesi non paga né lo stipendio, né la cassa integrazione. La protesta è durata sette ore e si è conclusa pacificamente, ora, però, i dipendenti della Vinyls attendono buone notizie dall’incontro fra il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e gli istituti di credito in grado di garantire, quantomeno gli anticipi delle mensilità arretrate.

Ventiquattr’ore prima, mercoledì 3 ottobre, l’imprenditore triestino Marcello Di Finzio aveva trascorso la notte in cima alla basilica di San Pietro, in Vaticano, per protestare contro la direttiva europea che imporrà la messa all’asta delle concessioni in riva al mare entro il 2015. Già il 30 luglio scorso Di Finzio era salito sul Cupolone per contestare la direttiva Bolkestein.

A metà settembre i segretari territoriali della Fiom Cgil e Fim Cisl Franco Bardi e Rino Barca si sono asserragliati in un silos dell’Alcoa di Portovesme (Ci) per protestare contro  il ventilato spegnimento delle celle per la produzione dell’alluminio. Alla fine di settembre anche gli operai dell’Ilva di Taranto hanno esposto i propri striscioni su di una ciminiera. Sempre su una ciminiera – quella della centrale dell’Enel del Mercure di Laino Borgo (Cs) – è tuttora in corso la protesta di quattro operai contro la mancata riattivazione della centrale termoelettrica. Siano essi monumenti o edifici del proprio luogo di lavoro, i “palcoscenici” scelti per questi gesti teatrali non sono mai casuali ma rappresentano un simbolo, una potente cassa di risonanza per  quell’urlo di disperazione che molto spesso rimane soffocato in gola.
Fra i casi più eclatanti degli ultimi anni vi è sicuramente quello del novembre 2010 a Brescia che vide sei immigrati per oltre due settimane su di una gru per chiedere la propria regolarizzazione.

Gesti estremi per chiedere l’attenzione delle istituzioni come quello compiuto qualche giorno fa a Torino, in piazza San Carlo, da una disoccupata 48enne che ha tenuto col fiato sospeso le forze dell’ordine dopo essersi cosparsa il corpo con un liquido infiammabile. L’intervento dei Vigili del Fuoco con un idrante ha scongiurato il peggio. L’autolesionismo è una delle derive più pericolose di questo tipo di proteste. Lo scorso 30 agosto un operaio della Carbosulcis ha tentato di tagliarsi le vene davanti ai giornalisti e ai tele-operatori calatisi nella miniera per una conferenza stampa. D’altronde non si può dimenticare che fu proprio il gesto autolesionistico dell’ambulante tunisino Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010, la scintilla che innescò la primavera araba che ha cambiato per sempre il Nord Africa e il Medio Oriente. Bouazizi si diede fuoco per protestare contro il sequestro della propria merce da parte della polizia e innescò la protesta e le manifestazioni dei giovani laureati disoccupati che portarono alla fuga del presidente Ben Ali.

Nell’Europa morsa dalla crisi i casi di manifestazioni “alternative” si moltiplicano di giorno in giorno. In settembre José Eduardo Cardoso, designer e illustratore portoghese, ha iniziato uno sciopero della fame in una via centrale di Porto e lo ha concluso quattro giorni dopo, con un contratto di lavoro in tasca. In Spagna, invece, l’estate andalusa è stata movimentata da Juan Manuel Sanchez Gordillo, primo cittadino di Marinaleda che ha invitato i concittadini disoccupati e indigenti a dare l’assalto ai banchi dei supermercati per riempire i carrelli di generi di prima necessità. Versione riveduta e corretta degli “espropri proletari”, la ricetta alla Robin Hood di Gordillo si è diffusa “viralmente” in tutta la Spagna contagiando altri sindaci che, come lui, hanno deciso di auto-ridursi o di rinunciare allo stipendio.

A dar voce ad alcune di queste storie c’è anche un sito internet, L’Isola dei cassintegrati, “unico reality reale, purtroppo”, che è un’istantanea perfetta della disperazione di una generazione per la quale l’incertezza professionale è ormai un dato acquisito. Se fino a dieci anni fa l’ambizione era quella del posto fisso, ora si lotta - magari mettendo sul piatto la propria incolumità fisica - per un posto precario o per un lavoro a rischio di malattie professionali invalidanti. Il nome del sito evoca, ironicamente, il noto programma che spinge verso l’anoressia i famosi ma, per il resto, c’è davvero poco da ridere. L’isola di disoccupati e cassintegrati è sempre più lontana e distante dai centri del potere, ecco perché, forse, bisogna spingersi in alto per vedere la terraferma. Ma, soprattutto, per farsi vedere.